Claudio Rodriguez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte mi domando se la notte
si chiude al mondo per aprirsi oppure
se qualcosa così d’un tratto l’apre
che non s’arriva all’alba, fuori all’alba
che non può scomparire se non c’è,
né luna o sole chiaro, chi la crea.
Neanche la mia tristezza può vederla
così com’è, se resta dentro gli astri
quando in essi il giorno è manifesto
e non rivela nella notte i campi
di intenso farsi giorno che s’affretta
in germe no, ma in luce, in albi uccelli.
Un volo ormai starà bruciando l’aria,
non perché ardente ma perché lontano.
Un limpido di stelle lustra i pini
e arriverà a lustrare anche il mio corpo.
Che altrò farò se non esporre ancora
la vita ai mille azzardi dello spazio?
È che la notte ha sempre un fuoco occulto,
uno splendore aereo, un giorno vano
per tutti i nostri sensi, attratti in alto
che non vedono o sentono là sotto.
Come la calma è un elmo per il fiume
così è il dolore brezza per il pioppo.
Così io adesso avverto che le ombre
aprono in sé la luce, e così tanto,
che la mattina sorge senza inizio
né fine, eterna già dentro il tramonto.

 

Dono dell’ebbrezza (Passigli, 2016), a cura di P. Taravacci

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