Leta Semadeni

leta

Nella mia vita di volpe

Nella mia vita di volpe
ero tutto e tutto
ero addirittura
la luce da mordere
il sole del mio volto
immacolato

Non sapevo
il mio nome
era solo
e costantemente là
dove la zampa tocca la terra

Nella mia vita di volpe
ero la fame e il gelo
ero gioco e ricciolo
nel fiume
e l’ultimo odore
un segnale
sulla mia strada
attraverso il bosco

Io leccavo la pelliccia
delle colline
e caddi
improvvisamente
nelle
felci

 

Disaccordati accordi – Quattro poeti svizzeri contemporanei (Valigie Rosse, 2015), a cura di P. Lepori e A. Ruchat

Yang Lian

yang-lia

Preistoria

i giorni strappano via le maschere dei giorni che altro resta?
la balia che ti batte sulla spalla
è come sempre il cielo pieno di desiderio omicida

la finestra più antica dei denti di squalo
quando viene perduta guarda al mare
una lingua blu lecca risoluta la guida di viaggio
tanto eccitata che la carne sulla spiaggia è tutta nuda
nell’ardore la morte sta accelerando

una brezza può scuotere questo mondo
il vento dell’ultimo giorno chi è l’ultimo bambino rimasto?
ogni volto nasconde roccia dietro al volto
proprio nella preistoria ricorrono carestie nutrite da due mani

la polvere del mare vola
in piedi sulle gambe dei ragni
un albero splendente è carico di esche di fiori
seduce chi da millenni è sedotto
tu

 

Dove si ferma il mare (Damocle, 2016), trad. it. C. Pozzana

Iosif Brodskij

brodskij

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori dal ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare “Buona notte”.

 

Poesie (Adelphi, 1986), a cura di G. Buttafava

Alfredo Giuliani

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Predilezioni

Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili,
sesso d’un sogno, veramente s’umilia
in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.

I torti sono tortosi, ma il nudo movimento
tenta di vivere la sua esistenza, il mimato dolore
è il sollievo che parla. Pure, il cuore si ghiaccia,
súbito è tempo per la rivoluzione delle pene.

L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità non c’è che eleganza.

 

I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (Einaudi, 1972)

© Foto di Dino Ignani

Clemente Rebora

Dimmi che esisti – non chiedo altro:
il resto al cuore io lo domando.
Sete ingannata da ogni coppa,
senza il sapor della tua bocca,
riposo illuso in ogni sonno
senza il ristoro del tuo corpo.
Dimmelo sempre che ci sei,
comunque la tua vita speri.
La creatura in te più vera
ogni vicenda me la svela,
la lontananza ansiosa dice
l’amor che accanto ammutolisce;
Ma so, non so, so che tu sola
puoi dirmi: esisto – e dillo ancora.

 

Dieci poesie per una lucciola (Stampa Alternativa, 1999)

Valeria Ferraro

valeria ferraro interno poesia

Rientro in casa inverno tolgo i guanti
non chiudo a chiave e così sia
mi addormento stretta ai tuoi comandi
astronave interiore in avaria.

*

Dà pace l’uniforme da lavoro
che hai posato sul letto alla sera
si fa più freddo di ora in ora
ominide china sulla tastiera

*

Lancio le corde ma senza ricordare
quando sono stata presa a bordo
stordita un corpo da riscaldare
o vegliare in attesa di ordini.

*

Voci ornamentali luci per asporto
nel vuoto con annessa cucina di eva-
nescenti arredi di un ramo storto
alla finestra scrivi figlia di eva.

 

© Inedito di Valeria Ferraro

Michael Strunge

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Nostro

Il nostro amore, una fluttuante poesia
di perfetta mancanza di forma
in cui nessuna regola ci lega le mani
quando cercano lo spirito dei nostri corpi
in cui diventiamo uno nel desiderio di contenere ed essere contenuti
e uno diventa due nel reciproco desiderio
in cui nessuna confusa nebbia ci frena gli occhi
quando cercano i corpi del nostro spirito
in cui diventiamo uno nel reciproco desiderio
e io/tu diventa due nel desiderio di essere contenuti e contenere
in cui nessun caos distorce i pensieri dei nostri sentimenti
quando cercano i pensieri dei nostri sentimenti
in cui diventiamo noi nel desiderio di contenere ed essere contenuti

l’uno dall’altra
in cui l’amore diventa una poesia.

La velocità della vita (Elliot, 2014), a cura di B. Berni

Czesław Miłosz

milosz

Una confessione

Mio Signore, ho amato la marmellata di fragole
e l’oscura dolcezza del corpo di donna.
Anche la vodka ghiacciata, le aringhe in olio d’oliva,
i profumi, di cinnamomo, di garofano.
Così che genere di profeta sono? Perché dovrebbe lo spirito
avere visitato un uomo simile? Molti altri
furono chiamati, e degni di fiducia.
Ma chi avrebbe dovuto fidarsi di me? Perché mi han visto
come vuoto bicchieri, mi butto sul cibo,
e getto occhiate cupide al collo della cameriera.
Incrinato, e consapevole di esserlo. Desiderando la grandezza,
capace di riconoscere la grandezza dovunque sia,
eppure non ancora del tutto chiaroveggente
seppi cosa fu lasciato agli uomini più piccoli, come me:
una festa di speranze brevi, una adunata di orgogliosi,
un torneo di gobbi, la letteratura.

 

Le più belle poesie d’amore (Baldini Castoldi Dalai, 2008), a cura di P. Gelli

Claudio Damiani

claudio damiani
Questa notte ho sognato il mio gatto
che m’è scappato, da un po’ di tempo
e non è più tornato.
M’è comparso nel sogno e gli ho detto subito:
“Sai che vicino al centro estivo di Antonio
ti ho visto due volte
ma non eri tu, credo,
gli assomigliavi
ma eri più magro, il colore del pelo identico,
quello degli occhi anche, ma l’espressione non era la tua
ma gli assomigliavi. Ci siamo guardati a lungo
e lui forse anche si chiedeva chi ero
lui forse anche cercava di capire
come io cercavo di capire,
ma aveva anche il pelo un poco più corto
– così mi sembrava – e l’espressione un po’ diversa
troppo diversa”. “Ma non mi chiedi che cosa
è successo di me?”, dice il gatto,
“Sì, te lo chiedo”, dico io, e lui:
“Ebbene, non lo so”.
A questo punto io volevo prendere il gatto
e baciarlo, ma lui è salito su un muro più alto
“Scendi – gli ho detto io – lascia che ti tenga un po’ in braccio
e ti accarezzi come ti piace
lascia che, un poco, ti baci”.
Ma il gatto mi guardava sgranando gli occhi,
espressione sua tipica, come se non capisse
o capisse qualcos’altro che io stesso non capivo.
“Ascolta, mi manchi molto – ho ripreso a dire –
mi facevi così tanta compagnia
mi piaceva tanto guardare le tue prodezze
quando giocavi a calcio, o quando afferravi una mosca,
mi piaceva tanto guardare le tue espressioni
poi prenderti e accarezzarti e tenerti un po’
sulla mia pancia”.
“Sì, anche a me piaceva, ma le cose passano, le cose passano,
e anche noi passiamo”.
“Sì, anche noi passiamo – ho detto io –
ma dove andiamo?”.
“Andiamo verso qualcosa che è sempre qualcosa
non esiste la fine, perché, vedi,
siamo tutti collegati”.
“Spiegati meglio, perché non capisco bene”.
“Voglio dire quello che ho detto, che non c’è una fine,
e non c’è una fine perché siamo tutti collegati”.
“Dimmi se ho capito – ho detto io – :
il fatto che siamo tutti collegati…
forse vuoi dire che non esistiamo individualmente,
e che il cambiare, il passare delle cose, come tu dici, il tempo
quello stesso è il collegamento
cioè l’essenza stessa temporale
del nostro esistere è alla base
del nostro essere collegati”.
“Sì – mi hai risposto tu nel sogno –
è più o meno così, credo,
hai presente le catene?
è come se ci dessimo tutti la mano
e questa mano, non ce la stacchiamo mai,
nessuno ce la può staccare,
è questo il punto, capisci?”.
“Cioè tu vuoi forse dire – ho detto io al gatto –
che non è che noi siamo venuti alla vita casualmente
in quel preciso tempo e punto,
ci siamo venuti perché ci eravamo “attaccati”
mi sembra di capire, e non potevamo che essere noi
in quel preciso punto dell’essere”.
“Avendoci chiamato quelli che erano prima
attaccati a noi, e chiamando noi
quelli dopo di noi, attaccati a noi.
Vedi – ha continuato il gatto –
immagina una grande sfera che gira
davanti a una luce, come la terra davanti al sole,
tu sei in quella sfera infinita,
come un punto di lei, quando la luce ti illumina
sei nella vita, ma quando non più o non ancora
tu sei sempre in quella grande sfera lo stesso”.
Il gatto stava sempre in cima al muro, e io gli ho detto:
“Vieni, scendi un attimo che ti do un bacio”
lui è sceso a terra e io l’ho preso in braccio,
l’ho accarezzato sulla testa e l’ho baciato sulla nuca,
poi gli ho accarezzato il dorso e la coda
e lui ha miagolato e ha fatto le fusa
poi gli ho preso la testa con la mia mano destra
e gliel’ho stretta, e lui è stato zitto
e io l’ho baciato ancora un po’, e lui ha fatto le fusa ancora
e poi mi sono svegliato.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

W. H. Auden

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At Last the Secret is Out

At last the secret is out,
as it always must come in the end,
The delicious story is ripe
to tell to the intimate friend;
Over the tea-cup and in the square
the tongue has its desire
Still waters run deep, my dear,
and there’s never smoke without fire.

Behind the corpse in the reservoir,
behind the ghost on the links,
Behind the lady who dances
and the man who madly drinks,
Under the look of fatigue,
the attack of migraine and the sigh
There is always another story,
there is more than meets the eye.

For the clear voice suddenly singing,
high up in the convent wall,
The scent of the elder bushes,
the sporting prints in the hall,
The croquet matches in summer,
the handshake, the cough, the kiss,
There is always a wicked secret,
a private reason for this.

 

From: Collected Poems (Modern Library and Faber hardback, 2007)

 

*

 

Alla fine il segreto è rivelato

Come sempre succede presto o tardi,
alla fine il segreto è rivelato;
Delizioso per gli intimi amici
il fatto che oramai va raccontato.
Davanti a un tè e nel mezzo d’una piazza
la lingua dopo tutto fa il suo gioco:
L’acqua cheta rompe i ponti, cari miei,
e se c’è fumo allora c’è anche fuoco.

Dietro il cadavere nella cisterna,
dietro il fantasma che vaga sul prato,
Dietro la donna che vedi ballare,
e dietro l’uomo che beve insensato,
Sotto quel certo aspetto un po’ stanco,
sotto il sospiro e sotto il mal di testa,
Si trova sempre una storia nascosta,
più di quanto s’afferri a prima vista.

Per la voce improvvisa e cristallina
che canta su dal muro del convento,
Il salone delle stampe di caccia,
l’odore del sambuco sottovento,
La tosse, il bacio, la stretta di mano
o le partite a croquet in estate,
Per tutto c’è un segreto malizioso
e, per quello, ragioni riservate.

 

Versione italiana tradotta da Simone Pagliai