Gaia Boni

gaia boni

Dolomiti

Siedono assorte come immense donne
offrendo alla sera l’orlo delle spalle,
-irti fiori i colli di neve ammantati-
un perpetuo chinarsi alla vita
un’attesa che tacita e costretta rimane-
si addolciscono i pendii e scioglie,
stillando silenzi
il ghiacciaio-
Mantengono nel ventre eternamente
gli uniti -e distanti- corpi di aprile e gennaio,
il respiro innevato di vedetta
la tiepida carezza fiorita in ventre.
I petrosi palmi s’asciugano al sole,
le ginocchia discendono dolci
ai verdi richiami dei rododendri
che fraternamente sussurrano
alle sopite genziane
Primavera.

 

© Inedito di Gaia Boni

Aleister Crowley

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Attraverso il mare che sta tra noi due
Io guardo e vedo te, esiliato ma libero
Come i venti che sferzano le vele maestre
Attraverso il mare.

Io resto qui in una tetra schiavitù
In mezzo a queste raffiche invernali di dolore amaro,
E il rammarico per le tue labbra è vano, vano,
Imprigionato dalla inesorabile catena del mondo,
E separato da te. Spirito di Libertà,

Porta il sole dei miei baci, la pioggia delle mie lacrime
A colui che amo, il quale forse un giorno amerà me,
Ed allietalo con il mio canto d’amore
Attraverso il mare.

 

Macchie bianche (Diana, 2016), trad. it. C. Freddi

Sergej Zav’jalov

Sergej Zav'jalov

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giovane comunista-invalido della grande guerra patriottica con il libro di Nikolaj Ostrovskij

D.D. Šostakovič, op. 81.
E.A. Dolmatovskij. Il canto delle foreste.

1.

Vedo la casa della mia infanzia
(il cortile-pozzo, i tetti che vanno lontano).
Vedo il tram americano
(rumoreggia, voltando dal ponte sul lungofiume).
Vedo il vapore dall’enorme ruota della locomotiva
(mi portano in campagna).
Vedo il fumo nero sulle ciminiere delle fabbriche al di là del fiume.

La mia vita ora si svolge sulle linee di combattimento.
Ci sono motivi per cui vivere,
ma le forze fisiche sono ridotte a una briciola.

Vedo le legnaie nel secondo cortile
(il luogo preferito dei giochi d’infanzia).
Vedo il camion-cisterna del cherosene
(l’autista suona la tromba, accorrono le massaie).
Vedo il banco di scuola col coperchio scricchiolante
(il pavimento è spalmato di mastice rosso).
Vedo i trombettieri dell’orchestra scolastica
(la rieducazione dei vandali).

Ma ce la farò, non sarò io, se non chiederò alla vita un altro anno
per terminare tutti i miei doveri verso il partito.

Vedo Kirov sul palco festoso,
Vedo le bandiere sulla piazza Urickij,
Vedo come la mamma mi aggiusta la giacchetta,
e papà fuma una sigaretta,
Vedo così bene tutto questo.

Senza la tessera del ferreo partito bolscevico la vita è fosca.

CON LA VITTORIA SI È CONCLUSA LA GUERRA,
HA SOSPIRATO GIOIA IL PAESE,
È GIUNTA LA PRIMAVERA VITTORIOSA.
UN SALUTO A SALVE È FIORITO SULLA PATRIA.

AL CREMLINO COME ALBA È LUCCICATO IL MATTINO,
IL GRANDE CONDOTTIERO IN SAGGE RIFLESSIONI
SI È ACCOSTATO A UN’ENORME CARTA.

LÌ DAL VOLGA FINO AL BUG,
E DA NORD FINO A SUD,
DOVE SONO PASSATE LE SCHIERE VITTORIOSE,
S’ERGONO BANDIERINE ROSSE.

 

Il digiuno natalizio (Fermenti, 2016), trad. it. P. Galvagni

Bianca Dorato

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La primavera

Ancora, quest’anno, io cercherò il luogo
la piccola valle dove i falchi hanno
un nascondiglio per l’amore: già ora si cercano
volteggiando sopra la pietraia,
ed io sento il grido ed il lacerarsi dell’aria
al passare delle ali: dentro al cuore io lo sento,
quando il gemito della neve che si scioglie
così lungamente canta: ed essi si levano, alti,
ali possenti ad afferrare il cielo e insieme
volano e bevono lo splendore. Vi sono,
lassù, dei luoghi, fra i cespugli e le pietre,
dove così tenera e così novella l’erba
ora germoglia. E viene il tempo beato
che così limpido divampa in noi il cielo,
così forte il grido; e li guardo, essi, che vanno
con volo fermo alle correnti pure
candide della luce, e al culmine del desiderio si sfiorano,
con alte grida. Tutto è per essi, lassù:
essi soli possiedono il cielo profondo, essi soli
che ebbri di gioia cantano la loro follia:
sotto il volo, la terra che si ridesta.

 

I lenti giorni. Poesie 1984-2006 (Fabrizio Serra Editore, 2008)

Fabio Pusterla

fabio-pusterla

Le prime fragole

Strisci nell’erba bianca di margherite.
Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,
e nella mano destra un pelacarote che infilzi
nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando
lentamente nel folto del prato. Sdraiato
sull’erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando
l’Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.

Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite
e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio
in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice
e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza
tu prepari una pozione con piume d’uccello per imparare a volare
io ti preparo le prime fragole rosse dell’anno e mi chiedo se gli occhi
dell’uomo che guidava il panzer avranno capito.

 

Folla sommersa (Marcos y Marcos, 2004)

Clery Celeste

clery celeste

Tutto si riconduce a un cercarsi
di complementari gruppi sanguinei
tra foreste di vetro e provette
siamo uno scambio di liquidi
il nostro baciarsi è solo il gusto
di un semplice trasferirsi di fluidi
e tutto il resto non si sa da dove passi
se dal mio cuore
arriva poi al tuo
o si perde per strada, tra questo traffico
che ci opprime l’asfalto nelle ore di uscita
dalle fabbriche il cemento
e tutte le altre sostanze radioattive
come farfalle le vedo volare.

 
La traccia delle vene (LietoColle, 2014)

Adonis

La rosa dell’alchimia

Dovrei viaggiare nel paradiso della cenere
tra i suoi alberi nascosti,
nella cenere vi sono fiabe, diamanti e un vello d’oro.
Dovrei viaggiare nella fame, nelle rose, verso la mietitura
dovrei viaggiare, riposare
sotto l’arco delle labbra orfane,
nelle labbra orfane, nella loro ombra ferita
è l’antica rosa dell’alchimia.

 

Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte (Mondadori, 2004), trad. it. F. Al Delmi

Rune Christiansen

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Arancione

Il mondo è semplice, prendiamo l’autobus per un porto di scalo lontano dal mare, volendo vedere l’autunno riversarsi per l’ultima volta. Una chiatta trascina il tramonto verso di noi, e il vento sospinge foglie rosse, solleva nuvole. Giorno e notte sono semplici, il freddo denuda i suoni e li anima con un fil di ferro che costringe le cose. Tu non dici niente; sono queste, le tue profezie. Non so più la differenza tra la mano che afferra e la notte che viene scambiata, sarà la memoria che mi tradisce.

 

AntiCamera (La Finestra, 2015), a cura di N. Cagnone

Franca Mancinelli

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Ci sorvegliano dalle soglie, un occhio socchiuso, l’altro dormiente. Conoscono i nostri tragitti. Sanno che torniamo all’ora dei pasti. Conoscono i nostri bisogni, le nostre debolezze diventate abitudini. Del nostro linguaggio comprendono il suono e l’intonazione di fondo. Dei nostri gesti comprendono tutto. Anche le intenzioni. Come portiamo loro la ciotola. Come può illuderci una carezza di averli avuti vicini.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Grace Paley

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Anti-Love Poem

Sometimes you don’t want to love the person you love
you turn your face away from the face
whose eyes lips might make you give up anger
forget insult steal sadness of not wanting
to love turn away then turn awayat breakfast
in the evening don’t lift your eyes from the paper
to see that face in all its seriousness a
sweetness of concentration he holds his book
in his hand the hardknuckled winter wood-
scarred fingers turn awaythat’s all you can
do old as you are to save yourselffrom love

 

*

 

Poesia contro l’amore

A volte non vorresti amare la persona che ami
e distogli la faccia da quella faccia
i cui occhi labbra potrebbero placare ogni rancore
cancellare l’insulto rubarti la tristezza di non voler
amare voltati allora voltatia colazione
di sera non alzare gli occhi dal giornale
per vedere quella faccia in tutta la sua serietà una
concentrata dolcezza lui tiene il suo libro
tra le mani le dita nodose intagliate
dall’inverno voltatiè tutto quello che puoi
fare alla tua età per salvartidall’amore

 

Fedeltà (Minimum Fax, 2011), trad. it. L. Brambilla; P. Cognetti