Mario De Santis

mario de santis
Improbabile

Per questo senza vivere, tutto parla
come i fogli di montaggio dei mobili
con dei vaghi disegni perentori: perché inutili i nomi
secchi, che esistono solo nell’ arredo, fanno le capsule comuni
del riconoscersi, ma senza mai vedere come è uno nell’altra.
Come è improbabile, mia amica, il congedo
in questo svegliarsi in un giorno e averlo già vissuto:
si moltiplica il formicolio delle mani appena invadiamo
viali al mattino, come le braccia sollevate in un bus
tutti quelli che hanno in silenzio lo stesso
divano, il lavello, l’armadio, non lo chiamano più
per quel nome, c’è il panico delle cose comuni.
Era il fulmine a dare l’enigma, ora è il calore che combacia
la mano che si aggrappa vicina alla mia mano
la vita che sta tra il capo chino e il vapore che siamo.
Come fare un lavoro, come scrivere addio:
nessun atto è più urgente se tutto è solo immediato
e si ripetono solo le attese disperate: chi è muto
chi ha perso le chiavi o un paese e sta fermo come una farfalla
sull’epidemia di carezze illuminate.
Chi ha affogato dolore sbarcando nel suo vuoto.
Loro in ombre come noi, sono lo sbuffo cupo
dalle grate vicine al marciapiede, dalle crepe, nei volti,
un sottofondo.
Noi non lasciamo più orme, qui c’è il catrame appena messo,
ma da dove parlano quelle è un tumulto, una tosse di veleni:
vanno a grappoli dal Sahara al carbonio,
a condividere assenti e presenti,
una mattina di malesseri, il disgusto, il sale nei cappotti
dove c’è vomito, e dire no, e non voltarsi, e nessuno
essere soli, toccare davvero. Abbiamo un giorno da riempire,
come le ragazze dell’amore, minacce e desideri.
Lo dimentichiamo, amica mia,
non vedi che è solo fluorescenza come me, come te, non ci vedi
scomposti e ricomposti in una replica a sera, nei ritorni dal lavoro?
Siedi ora sul divano e guardi l’alone dei led
senti questo giorno sognato come l’ultimo, come incerto
materiale di una veglia, corollario, testamento, e credi finirà?

 

© Inedito di Mario De Santis

Chandra Livia Candiani

Chandra-Livia-Candiani

Tu morto
sei lo strappo nel sipario
la rosa inclinata
fino a far dubitare
della verticalità dell’aria
la vertigine che si rinnova
senza notizia, il nodo
che altri chiamano corpo.
Tu nell’altra parte del tempo
sei il sorriso
delle piastrelle in cucina
il mio passo leggero
il tuo inchinarmi fino
alla devozione dell’assenza
senza prove; tu mi misuri
ora su un metro
di unità ignota:
uscita dalla superstizione
della tua presenza, entrata
nella pioggia

 

Bevendo il tè con i morti (Interlinea, 2015)

Vittorio Lingiardi

lingiardi
Isfahan
il cielo è basso
spenta la luna
l’odore è di freddo
e pane.

Isfahan dove si spezza il cavo
manca la luce
la corsa è di lepre
ma muore.

Isfahan
anche l’amore è un pascolo
stretta di mano
scavalcami le palpebre
ho paura.

Teheran
è il giorno delle nozze
porta il velo
girati e sorridi
al mistero.

 

Alterazioni del ritmo (nottetempo, 2015)

Ko Un

ko un

Gioia

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno l’avrà già pensato.
Non piangere.

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno lo starà pensando.
Non piangere.

Ciò che ora io penso,
chissà dove nel mondo,
qualcuno lo vorrà pensare.
Non piangere.

Che gioia!
In questo mondo,
chissà dove in questo mondo,
io sono composto di molti Io.
Che gioia!
Io sono composto
di molti Altri.
Non piangere.

 

L’isola che canta. Antologia poetica 1992-2002 (LietoColle, 2015), trad. it. V. D’Urso

Inger Christensen

inger_christensen_1-2

Coperta dal profumo della piana
la fioritura nel marcio s’avvia,
nell’ombra, nell’intreccio, è un’insana
incolta, labiricintica idiozia

così farfalla cela col suo volo
d’esser legata al corpo dell’insetto,
crediamo che sia un fior che lascia il molo

come se quando bombice o civetta,
che vola superando quel colore,
a noi lanciasse un rebus che ci ometta

che tutto ciò che l’anima ha sperato
di là da tutto è simmetria e dolore
come atalanta, antiopa ed erato.

 

La valle delle farfalle (Donzelli, 2015), trad. it. B. Berni

Valerio Grutt

valerio grutt

Ogni giorno fai in modo di ringraziare
ma non per una cosa o per un momento,
sia ringraziamento il tuo modo di camminare
il modo di porgere la mano
di chiamare l’ascensore, di guardare
negli occhi chi ti passa accanto.
Sia ringraziamento bere un’aranciata,
lavarsi le mani, aprire la finestra
allo sciame dei ricordi
e lo scontro con chi ti vuole bene
e lo scontro con chi non ti vuole bene.
Saper ringraziare nel modo
di chiudere una portiera, di dire
buonasera o accogliere nel petto
il tuono, il trapano del tormento.
Sia ringraziamento tutto ciò che viene
che inizia e finisce e il giro nero
dell’universo e la luce accesa
sul comodino, sia vicino, sia contento
tutto questo tempo
sia così, sia ringraziamento.

 

© Inedito di Valerio Grutt

William Faulkner

faulkner_photo_by_Carl_van_Vechten
December: To Elise

Where has flown the spring we knew together?
Barren are the boughs of yesteryear;
But I have seen your hands take wintry weather
And smoothe the rain from it, and leave it fair.

If from sleep’s tree these brown and sorry leaves,
If but regret could drown when springs depart,
No more would be each day that drips and grieves
A bare and bitter year within my heart.

In my heart’s winter you were budding tree,
And spring seemed all the sweeter, being late;
You the wind that brought the spring to be
Within a garden that was desolate.

You were all the spring, and May and June
Greened brighter in your flesh, but now is dull
The year with rain, and dead the sun and moon,
And all the world is dark, O beautiful.

 

*

 

Dicembre: A Elise

Dove si è involata la primavera che insieme conoscemmo?
Spogli sono i rami dello scorso anno; ma uno dei tuoi diti
io l’ho visto posarsi sui rigori dell’inverno
e mondarli della pioggia, e farli miti.

Se solo dall’albero del sonno le brune foglie dolenti,
se il rimpianto andasse a fondo con la primavera che muore
ogni giorno che goccia e duole non sarebbe più
un intero anno amaro e spoglio nel mio cuore.

Nell’inverno del mio cuore sei stata l’albero fiorito,
assai più dolce parve la primavera perché tardiva;
sei il vento che soffiò la primavera
in un giardino in rovina.

Sei stata la primavera intera, e maggio e giugno
nella tua carne germogliavano più splendidi, ma oppresso
è l’anno della pioggia ora e morti sole e luna,
e l’intero mondo è buio, O bellissima.

 

Poesie del Mississippi (transeuropa, 2012), trad. it. V. Bianconi

Francesco Guerini

internopoesia-1
ogni volta che
scendo dal treno
guardo Milano
e penso “sono ancora qui”

sulla strada di un lavoro
che non paga
ricordo mia madre, con me
con i nostri talenti

insieme, curvi a succhiare
il nettare che si raccoglie
nelle pieghe
di una vita magra

 

© Inedito da Diario Bianco

Foto di Elena Turrini

Günter Kunert

kunert

Della colpa

Nei pozzi della metropolitana
il passo echeggia di notte lontano.
Fiochi scintillano i binari: coltelli,
smaglianti e non usati. Dalle pareti
gronda umidità.

Vado diritto e
già corro e sempre più svelto
di soglia in soglia attraverso
un sistema di tubi e tunnel
grotte e caverne:

rabbrividendo scorgo in
grinze su manifesti,
in cartacee maschere pubblicitarie,
i volti di quelli, che
qui sotto si trascinerebbero, se
lassù della città null’altro rimanesse
che loro,

quelli che negli oscuri meandri e negli angoli
tenebrosi invano cercherebbero colui
che li assolva dalla colpa
della propria morte stavolta.

 

Ricordo di un pianeta (Einaudi, 1970), trad. it. L. Forte

Miklós Radnóti

Ti ho nascosto

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci nei miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

 

Mi capirebbero le scimmie (Donzelli, 2009), a cura di E. Bruck