Eunice Odio

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Vorrei essere bambina

Vorrei essere bambina,
per accoppiare le nubi a distanza
(alte claudicanti della forma),
per andare all’allegria di ciò che è piccolo
e domandare,
come chi non lo conosce,
il colore delle foglie.
Com’era?
Per ignorare ciò che è verde,
il verde mare,
la risposta salubre del tramonto in ritirata,
il timido gocciolare delle stelle
sopra il muro vicino,
essere bambina
che cade d’improvviso
dentro un treno con angeli,
che giungevano così, di vacanza,
a correre per poco tra le uve,
o per notturni
fuggiti da altre notti
di geometrie più alte.
Ma orma, cosa devo essere?
Se mi sono nati questi occhi così grandi
e questi chiari desideri di sbieco.
Come posso essere ormai
quella che voglio io
bambina di verdi,
bambina vinta di contemplazioni,
che cade da se stessa rosea,
… se mi dolse moltissimo dire
per cogliere di nuovo la parola
che fuggiva,
saetta scappata dalla mia carne,
e mi è doluto molto amare a tratti,
impenitente e sola,
e parlare di cose incompiute,
tinte cose di bimbi,
di candore dissimulato,
o di semplici api
aggiogate a tristi rosari.
O essere colma di questi scatti
che mi cambiano il mondo a gran distanza,
come posso essere ormai,
bambina in tumulto,
forma mutevole e pura,
o semplicemente, bambina alla leggera,
divergente in colori
e adatta per l’addio
ad ogni ora.

 

Come le rose disordinando l’aria (Passigli, 2015), a cura di T. Pieragnolo e R. Gallitelli

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