Antonio Delfini

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Avvertimento

Non venite con me
ché sono solo
E andar coi solitari
è come andar di notte
per le strade senza luce
Essi non vi danno nulla
che vi serva nella vita
Sono gente povera
che non ha da dire
se non dio mio mio dio
O senza soldi o senza idee
che facciano per voi
Sono tutti poveri
tutti abbandonati
con un sorriso triste
sulle labbra bianche
Sanno far dei segni
sanno balbettare
ma solo in modo strano
Voi non ci capireste

Non vi annoiate per carità
lasciatemi innocente
della vostra noia

 

Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo (Einaudi, 2013)

Maddalena Lotter

lotter

I corpi negli anni, questo fa curiose le mie mani
alla ricerca di età diverse
voglio toccarli tutti, gli altri
con i loro mondi di pelle.
Solo la pelle risponde alla domanda sul tempo.
Il corpo sa di case non mie
dove si entra con educazione
togliendosi le scarpe;
ore ed ore in un letto a carezzarsi
le schiene, muri di vertebre
e la colonna è un’autostrada
dei tuoi anni di ieri
a cui non ho partecipato.

Ma se ti volti nel buio e ci guardiamo
allora ho un nome,
io sono l’oggi immortale.

 

Verticale (LietoColle, 2015)

© foto di Daniele Ferroni

Cintio Vitier

Cintio Vitier, 1987

 

Nominerò le cose

Nominerò le cose, le sonore alture
che vedono divertirsi il vento,
i porticati profondi, i paraventi
chiusi all’ombra e al silenzio.

E il sacro interno, la penombra
che solcano gli uffici polverosi,
il legno dell’uomo, il notturno
legno del mio corpo quando dorme.

La povertà del luogo, e la polvere
dove l’orme di mio padre fecero testamento,
luoghi di pietra limpida e decisa,
spogli di ombra, sempre uguali.

Senza scordare la pietà del fuoco
nell’intemperie della casa distante,
né il sacramento gaudioso della pioggia
nell’umile calice del parco.

Ne tu muro stupendo, mezzogiorno,
indaco e terso e interminabile.

Con l’immobile sguardo dell’estate
il mio affetto ricorderà i sentieri
per dove fuggono le avide domeniche
e i lunedì tornano a capo chino.

Nominerò le cose, tanto lentamente
che allorché perderò il Paradiso della strada
e l’oblio me la trasformerà in sogno,
potrò chiamarle d’improvviso con l’alba.

 

Poeti delle Antille (Guanda, 1963), trad. it. G. Bellini

Douglas Messerli

Douglas Messerli

 

Una cosa buona
è che la roccia
può accucciarsi nel palmo
della mano, e sentire
i segni precari
dell’incisione nettissima,
taglio, abisso, o quel che
costò anche alla roccia la sua
esistenza come massa, anelante
concentrazione. La trattiene,
sforza ciò che la tana,
rigida e sbarrata, copre
per fuggire – la possibilità
della sua proiezione nello
spazio. Se solo si potesse
trattenere l’ignoto, ammucchiare
la massa in mezzo al palmo
per non esortare una riflessione
a tradursi in contorsione di ciò che viene
pedinato dal guinzaglio – l’assasiono sferza
sempre più rapido
d’ogni reazione, scaglia la prima
seconda, terza
pietra prima che la vittima si accorga
dei lividi e del sangue
tantomeno del palpito urgente del risultato.
In tale distesa desolata, non può
sopravvivere una voce se la lingua
è legata a feldspato. Ha bisogno
dell’unione del palpeggiare attivo
giù, attorno, in giro per schiacciare
tutto ciò che può distruggere
i detriti del suo nervosismo.

Nuova poesia americana – Los Angeles (Mondadori, 2005)

Claudio Damiani

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Da Endimione

C’è stato un tempo, ricordi,
che vagavamo insieme
e ci baciavamo a ogni angolo
ogni portone era il nostro
tu a volte piangevi
di felicità
e ti asciugavi gli occhi
io allora ti stringevo a me
e ti baciavo,
alcune volte mangiavamo un gelato
o semplicemente passeggiavamo
poi veniva sera e tu eri più bruna
si faceva più scuro il tuo viso,
gradatamente, passo dopo passo,
il giorno era finito,
ma sentivo il tuo respiro, il tuo cuore che batteva,
appoggiavo l’orecchio al margine del tuo seno
sulla riva della tua bocca,
stavo sull’orlo in bilico
e ti sentivo,
come un filo lunghissimo cui tu tenevi un capo
e dall’altra parte, dopo infiniti chilometri,
la mia piccola mano.

 

© Inedito da Endimione

Thomas Merton

thomas merton

 

Love Winter When the Plant Says Nothing

O little forest, meekly
Touch the snow with low branches!
O covered stones
Hide the house growth!

Secret
Vegetal words,
Unlettered water,
Daily Zero.

Pray undistracted
Curled tree
Carved in steel –
Buried zenith!

Fire, turn inward
To your weak fort,
To a burly infant spot,
A house of nothing.

O peace, bless this mad place:
Silence, love this growth.

O silence, golden zero
Unsetting sun

Love winter when the plant says nothing.

 

*

 

Ama l’inverno quando la pianta tace

O piccole selve, umilmente
Sfiorate la neve con i rami bassi!
O pietre ricoperte
Nascondete la dimora dove tutto cresce!

Segrete
Parole vegetali,
Acqua non scritta,
Zero quotidiano.

Prega indisturbato
Albero ritorto
Inciso nell’acciaio –
Zenith sepolto!

Fuoco, volgiti all’interno
Al tuo debole fortino,
A un solido luogo d’infanzia,
Dimora del nulla.

O pace, benedici questo luogo folle:
Silenzio, ama questo crescere.

O silenzio, zero dorato
Sole che non tramonta

Ama l’inverno quando la pianta tace.

 

Che la mia sete diventi sorgente (Ancora, 2015), trad. it. F. Cosi, A. Repossi

Stelvio Di Spigno

di spigno

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al balcone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

 

Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015)

Vittorio Bodini

bodini

Finibusterrae

Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
in un’aria di gomma scura.
Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un’ora
che è peggio solo morire, e sola luce
è accesa in piazza una sala da barba.
Il fanale d’un camion,
scopa d’apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
di questi umili luoghi dove termini,
meschinamente, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi d’un faro.
È qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

 
da Tutte le poesie (Besa, 2010)

Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

 

La terra
battezza i miei figli.
Ombre precipitano
da notte appassita.
Stilla il sangue dei re
nelle valli del pane caldo.

Le stelle hanno
la lingua delle palpebre
che sognano
di occhi umani,
di colline
che sono tagliate in pezzi
dalle lame della fatica.

Sia maledetto
questo tormento dell’inverno
che il fumo sospinge
in boschi senza patria
attraverso le lattee stalle del mondo
che il sonno infedele strangola
sulle rive di sogni spietati.

 

Sotto il ferro della luna (Crocetti, 2015), trad. it. S. Thabet

Giovanna Rosadini

giovanna-rosadini

 

Let me be faithful to the central meanings:

I.

Saremo sempre profili in controluce
incisi sulla linea d’orizzonte, sospesi
al blu fondo e salino che regna d’estate
nel tempo senza tempo di ogni infanzia

 

II.

Saremo sempre quell’eco di passi
nella nebbia che stinge le calli,
Venezia culla d’acqua
in cui nuotiamo in attesa
del mondo che verrà,
pesci pilota che smossi
si cercano e si sono trovati

 

III.

Saremo sempre in quel tondo di luna
magrittiana appeso sopra i tetti di Milano,
a respirare l’aria leggera della sera mentre
fa scuro, e l’ultimo cielo si colora di presagi

 

IV.

Saremo sempre l’intuizione
dentro lo sguardo colto
al primo incontro, aver visto
nell’altro il fermo immagine
che il tempo non intacca,
la forma di un’infanzia
che dura e non si stacca

 

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani