Camillo Sbarbaro

Camillo_Sbarbaro

 

Padre tu che muori tutti i giorni un poco
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c’hai portato
a tutto cio’ che e’ piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c’hai voluto a tua madre,
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la tua vita sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.

Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d’una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.
Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato…

io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiaia…
stizza contro te vecchio mi prendeva..

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo –
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quella più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lacrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

 

Pianissimo (Marsilio, 2001)

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