Franca Mancinelli

franca mancinelli

 

Puoi disegnarmi come un pupazzo semplice. Al principio è un cerchio con dentro due punti e un taglio. Poi una linea che scende diritta fino ad aprirsi formando un triangolo isoscele. Dal cerchio un’altra linea, ma più breve e orizzontale. Sono questo con tutto il resto che puoi aggiungere di me, di te, del tempo trascorso insieme, di quello che abbiamo immaginato.
Con il tuo bene continui a tessere questo spazio, a portare dettagli e densità. Il tuo bene è un filo che si rigenera di continuo formando una ragnatela. Io sono avvolta lì, un po’ viva e un po’ morta. Ma se svolgessi il filo e tornassi a vedere troveresti una croce sormontata da un cerchio. Così sottile e lieve, tracciata sulla polvere. Basterebbe un tuo soffio per liberarmi.

Ma tu porti argilla. Aggiungi altra argilla dell’inizio del mondo. Vai verso i luoghi rotti e vuoti da riparare. Sei chiamato dagli spazi caldi, un manovale sudato che sorride del suo lavoro che crolla e si frantuma in sabbia sotto il sole cocente. Sorridi, ricomincia il tempo. Una tunica tiepida ti avvolge fino alle tempie, ti bagna i capelli, ti riporta in cucina, nella tinozza sul tavolo, tra le mani grandi di tua madre.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Sandra Beasley

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YOU WERE YOU

I dreamt we were in your favorite bar:
You were you, I was the jukebox.
I played Sam Cooke for you,
but you didn’t look over once.
I wanted to dance. I wanted a scotch.
I wanted you to take your hand off of her.
You were wearing your best smile
and the shirt that makes your eyes green.
If you had asked, I’d have told you
her hair looked like plastic.
But then, my mouth was plastic.
I weighed 300 pounds.
I glittered like 1972.
A man tried to seduce me with quarters
but I could hear his truck outside,
still running. I was loyal to you.
I played Aretha, Marvin, the Reverend Al.
You kissed her all the way out the door.
Later, I tried to make my own music,
humming one circuit against the other,
running the needle up and down.
The bubbles in my blood were singing.
In the morning, they came to repair me.

 

© 2010 Sandra Beasley From: I Was the Jukebox, W.W. Norton & Company Ltd.

 

TU ERI TU

Ho sognato che eravamo nel tuo bar preferito:
tu eri tu, io ero il jukebox.
Ti suonavo Sam Cook,
ma tu non mi guardavi mai.
Avrei voluto ballare. Avrei voluto uno scotch.
Avrei voluto che le togliessi la mano di dosso.
Tu sfoggiavi il tuo sorriso migliore
e la camicia che ti fa gli occhi verdi.
Se me l’avessi chiesto, ti avrei detto
che i suoi capelli sembravano di plastica.
D’altra parte, la mia bocca era di plastica.
Pesavo 130 chili.
Sbrilluccicavo come il 1972.
Un uomo cercava di sedurmi a suon di monete
ma io potevo udire il suo camion là fuori,
con il motore acceso. Ti restavo fedele.
Suonavo Aretha, Marvin, il Reverendo Al.
Tu la baciavi mentre uscivate dalla porta.
Più tardi cercavo di suonare una musica mia,
facendo ronzare un circuito contro l’altro,
facendo andare su e giù la puntina.
Le bollicine nel mio sangue cantavano.
La mattina dopo sono venuti a ripararmi.

 

Traduzione: © 2014 Stefano Bortolussi

Gabriele Belletti

gabriele-belletti

 

Dina
li sente pulsare
i corpi dei ricordi:

il campanello di casa,
l’abbaiare del cane
prima di uscire,
una sera d’estate
prima di partire,
l’odore dell’abbraccio
della madre Michela,
il volto della maestra
delle elementari
tornata al Nord
in primavera.

Ma lei non uno
riconosce,
ci nuota attraverso
e qualche filamento
la intercetta.

Poveretta
si emoziona
per qualcosa che
sente

ma costretta è
a riconoscere
solo poco più
di niente.

 

Krill (Marcos y Marcos, 2015)

Márcia Theóphilo

marcia_theophilo

 

Foresta mio dizionario

Folle risata la tua, dall’eco affilata
manioca selvaggia, è il tuo riso
le tue carezze, il tuo acuto piacere
Kupaúba vive, va e viene
fino a che il sole scompare, di giorno
tra foglie, erbe, insetti, decomposte
materie vegetali; ci moltiplicheremo
il movimento non è deserto, è fiume
ruba, saccheggia, bevi ciò che vuoi
questo fiume è abbondante
non si ferma, ma continua
per cantare il suono delle parole
Açaná, Yaná, Nacaira
Caja, Pacaba, Maçaranduba
ogni parola un essere, parole che scrivo
io vedo un’aria piena di parole
foresta mio dizionario
parole vive e masticate
aspre di cammini già percorsi
Açaná, Tapajura, Igarapé
ogni parola un essere, risuona affilata.
Kupaúba aprì gli occhi e apprese a leggere.

 

Amazzonia respiro del mondo (Passigli, 2005)

Foto di Dino Ignani

Yahya Hassan

yahya01

 

INFANZIA

CINQUE FIGLI IN FILA E UN PADRE CON LA MAZZA
POLIPIANTO E UNA POZZA DI PISCIO
SI TIRA FUORI LA MANO A TURNO
È QUESTIONE DI PREVEDIBILITÀ
QUEL RUMORE QUANDO ARRIVANO I COLPI
LA SORELLA CHE SALTA VELOCE
SU UN PIEDE POI SULL’ALTRO
IL PISCIO È UNA CASCATA SULLA GAMBA
PRIMA FUORI UNA MANO POI L’ALTRA
SE PASSA TROPPO TEMPO I COLPI VANNO A CASO
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO 30 O 40 A VOLTE 50
E UN ULTIMO COLPO SUL CULO USCENDO DALLA PORTA
PRENDE IL FRATELLO PER LE SPALLE LO RADDRIZZA
CONTINUA A COLPIRE E CONTARE
ABBASSO LO SGUARDO E ASPETTO IL MIO TURNO
MAMMA ROMPE PIATTI PER LE SCALE
E INTANTO AL JAZEERA TRASMETTE
BULLDOZER IPERCINETICI E MEMBRA ARRABBIATE
LA STRISCIA DI GAZA SOTTO IL SOLE
LE BANDIERE CHE VENGONO BRUCIATE
SE UN SIONISTA NON RICONOSCE LA NOSTRA ESISTENZA
SE POI DAVVERO ESISTIAMO
QUANDO SINGHIOZZIAMO ANGOSCIA E DOLORE
QUANDO BOCCHEGGIAMO IN CERCA D’ARIA O DI SENSO
A SCUOLA NON SI PUÒ PARLARE ARABO
A CASA NON SI PUÒ PARLARE DANESE
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO

 

YAHYA HASSAN (Rizzoli, 2014), trad. it. B. Berni

Claudio Damiani

claudio damiani 2

 

Entrando nella selva fui preso da un pensiero:
c’era una relazione tra le forme degli alberi
e te, anche gli odori, l’aria fine del bosco,
quell’ombra umida e fresca
e quei ronzii, quei suoni come fossero i respiri
degli alberi. Anche mi pareva
che il modo che avevano gli alberi di correre
e di venirmi incontro salutandomi contenti
assomigliasse ai tuoi moti,
che ci fosse una relazione col modo
di originarsi, in te, del movimento.
I baci poi sulle foglie assomigliavano ai baci
sulle tue guance, e ai tuoi occhi sorridenti
assomigliavano le loro palpebre semichiuse nell’ombra.
Il fatto che ci fosse una relazione
tra te irraggiungibile, eterea
e loro così quieti e vicini
– cui potevo stare accanto stando in piedi,
o seduto, e toccare i loro tronchi –
era una cosa che mi sembrava incredibile.

 

© Inedito di Claudio Damiani da Endimione

Camillo Sbarbaro

Camillo_Sbarbaro

 

Padre tu che muori tutti i giorni un poco
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c’hai portato
a tutto cio’ che e’ piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c’hai voluto a tua madre,
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la tua vita sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.

Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d’una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.
Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato…

io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiaia…
stizza contro te vecchio mi prendeva..

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo –
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quella più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lacrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

 

Pianissimo (Marsilio, 2001)

Vito Moretti

Vito Moretti (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

Vulesse aretruvà

Vulesse aretruvà
lu vènde ch’à suffiate a ogne vvele
e che n’areminute ma’ a fa sapé
se bbone o no
à state chela ĵte.

Vulesse aretruvà
ogne ccore che m’à minute ngondre
de sere e de matine
e che dapù so perze pe la ’ngustie
de lu crésce e pe le scrucche
che me dévene da corre.

Vulesse aretruvà
na mane e na carezze
che me dicévene de mamme
e de lu bbene de chell’uocchie,
de quanda sole se puté ’llignà
déndre a lu scure de lu mmèrne.

 

Vorrei ritrovare

Vorrei ritrovare
il vento che ha soffiato in ogni vela
e che non è tornato mai a far conoscere
se buono o no
è stato quel partire.

Vorrei ritrovare
ogni cuore che mi è venuto incontro
di sera e di mattina
e che poi ho smarrito nell’irrequietezza
della crescita e negli schianti
che mi facevano correre.

Vorrei ritrovare
una mano e una carezza
che mi dicevano di mamma
e del bene di quegli occhi,
di quanto sole si poteva radicare
dentro lo scuro dell’inverno.

 

© Inedito da Mo che vè la sere

Simone Weil

simoneweil

 

Astri

Astri di fuoco che la notte abitate i cieli lontani,
sfere mute che ignare sempre gelide ruotate,
via dal nostro cuore i giorni di ieri strappate,
senza il nostro consenso ci gettate nel domani.
Piangiamo e tutti i nostri lamenti a voi sono vani.
Poiché dobbiamo, vi seguiremo, le braccia legate,
gli occhi rivolti al vostro scintillio puro e amaro.
Al vostro cospetto poco importa ogni dolore.
Noi taciamo, vacilliamo sul nostro cammino.
D’improvviso è nel cuore il loro fuoco divino.

 

Versi e prosa (Pazzini, 2014), a cura di A. Marchetti

Robert Lowell

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Matrimonio?

“Ti penso ogni minuto del giorno,
ti amo ogni minuto del giorno;
senza te tutto è vuoto, tedioso, intollerabile.
Mi par d’essere sotto un qualche anestetico emotivo,
incapace di volere o pensare o scrivere o sentire;
mais ça ira, queste cose andranno, lo sento
in modo strano nonostante le apparenze,
le cose andranno a buon fine per noi, forse.
Come dici, abbiamo attraversato la palude di Godstow,
raggiunto il Cumberland e le sue strade romane risicate,
scalato il vallo di Adriano e impaurito i puzzolenti Pitti.
Il matrimonio? Quella è un’altra cosa. Abbiamo visto
il bagliore di diamante del mattino sull’asfalto.
Per un momento tenemmo la strada come nostra”.

 

Il delfino e altre poesie (Mondadori, 2000), trad. it. R. Anzilotti