Ennio Cavalli

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Lettera a un poliziotto

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di essere un po’ troppo
per i tuoi gusti e pure per i suoi,
spari anche ai due vecchi
che da giovani lo misero insieme,
in una notte di lampi e scosse,
così come i tuoi sottoscrissero te,
sull’altro fronte delle diplomazie.

Spari alla levatrice che aiutò i pompieri
a spegnere le doglie
di tua madre e della sua,
lavoro sprecato
teatrino screanzato
sapori entrati in bocca
e là rimasti.

E i pellegrini di mezzo mondo,
che chiedono la grazia
il giorno dell’Udienza?
Una benedizione di pallottole
sfoltirà i Vangeli.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se fai fuori un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di non avere un lavoro,
neanche una carta per mettersi in fila,
fai fuori maestri e maestranze.
Anche tu, come noi, qualcosa hai ereditato
da scuole, botteghe, oratori, osterie.
Fai fuori i tuoi colleghi in divisa,
colleghi e colleghe in servizio
permanente proficuo
e chi un lavoro te l’ha dato,
mentre piove sul bagnato
di curricula al macero
e i disoccupati occupano il web
dei terremotati.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di frequentare tipi strani,
tipi come lui,
non dire che un’arma
salva la decenza
e a volte anche la pelle,
che premendo il grilletto
si va in pari, al ritmo
della ballata dei malcapitati,
dei malcapitati mescolati.

La coscienza pulita è un poligono ingenuo,
senza sagome e sbirri.
Un colpo d’occhio
dall’oasi che siamo
alla veduta d’insieme.
Destrezza non ebbrezza.
La salvezza di tutti ha una madre
certa e rivoluzionaria:
la salvezza di ciascuno.
E la salvezza di ciascuno
non è l’isola di Robinson,
ma garanzia e buon uso di carta copiativa,
grandangolo sul particolare.
Dunque metti nel mirino l’infinito
e infilati in quel posto
la santabarbara delle tue licenze.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
lui col vizio di fare un po’ il gradasso
tu con la scusa di essere stato provocato
e mai prosciolto,
la prossima volta
spara in bocca all’imprudenza,
all’impazienza, all’obbedienza,
se questo è il punto.

Spògliati della divisa sotto la minaccia
di uno sgambetto,
rivendila al mercato dei peli sullo stomaco,
alla confraternita degli scortichini,
degli scalzacani,
tra gli sguardi a presa rapida di chi approva.
Torna nudo al Comando, in servizio,
sulla Pantera di un’altra era.

Ma siccome sappiamo
che uccidi per sbaglio,
inciampando sul più bello
e il colpo parte accidentalmente,
come niente,
dal mittente a spalle sconosciute
dal mittente a facce già pestate,
quanto detto valga almeno
per i comuni mortali,
per i comuni assassini,
per chi ammazza donne, cristiani e bambini,
bambini, donne e altri assassini
in pace, in guerra, in ogni terra.

Dal mio pulpito di carta straccia
offro a tutti un caffè, un Crodino,
ma chiedo un cucchiaino di attenzione,
per la conclusione.
Chi spera non spara.
Chi spara, punti a un cambio di filiera,
di carriera. Prima di sera.

 

La più bella poesia del libro e altre anomalie (Nino Aragno, 2015)

Foto di Dino Ignani

Kikí Dimulà

kiki-dimoula

 

Sintomo da camera singola

Si stupiscono ogni volta gli albergatori
quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

Quest’anno ho dato in pegno il mare
e ho deciso di passare le vacanze in montagna
forse i fruscii del bosco scongiureranno
quella dannata sindrome di ritorno
che domina immediatamente ogni mia fuga.
Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
penso che potrei anche mettere radici.

E i montagna lo stesso.
Come se fosse di ferro la stanza
e l’aria pura leggera esalasse serratura.
Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
ma quelli erano più malati di me.
La stessa cose mi è accaduta a Pilo
la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
a Kalamata l’anno scorso anche peggio
il treno stracolmo e i pianti che volevano
ritornare ad Atene a piedi.
Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

Mi manca forse la tua assenza?
Non viene con me la lascio a casa.
Patto esplicito del cambiamento è che non segua.

 

L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci

Bertolt Brecht

Bertolt-Brecht

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla denominazione emigrante

Falso quel nome assegnatoci sempre trovai:
emigrante.
Significa esule, si sa. Ma noi
esuli non eravamo per libera scelta,
scegliendo altro paese. E non andavamo
in altra terra per restarvi possibilmente per sempre.
Noi fuggivamo scacciati, banditi.
Né è una nuova patria, esilio è la terra
che ci accoglie.
Sostiamo inquieti, possibilmente presso il confine,
qui, in attesa del giorno del rientro,
qui, spiando al di là del confine ogni più piccolo
mutamento, ponendo accese domande ad ognuno
di là venuto, nulla dimenticato, nulla
tralasciando, e anche nulla che sia accaduto
perdonando, nulla perdonando.
Ahi, la quiete dell’ora non ci illude! Sentiamo
dai loro Lager le grida fino a qui.
Noi stessi quasi siamo d’un qualche crimine sospetti,
noi che potevamo passare le frontiere. Ognuno
di noi, che tra la folla va con scarpe sdrucite,
attesta il disonore che nostra terra macchia.
No, nessuno di noi vuol restare.
Non è ancora detta la parola ultima.

 

Poesie inedite sull’amore. Poesie politiche e varie (Garzanti, 1986), trad. it. G. Mucchi

Franca Mancinelli

FRANCA MANCINELLI

 

Acqua dove nuoti sola, una bracciata dopo l’altra. Breve sequenza di mare limpido, infranto solo dai tuoi gesti. A un tratto, di colpo, ti svegli. La scossa di terrore ti attraversa come una scarica elettrica di alta tensione. Hai sfiorato una grande medusa o un cumulo di rifiuti che galleggia. Ti fermi quel poco che basta perché l’allarme si plachi dentro le cellule. Non importa più distinguere la sostanza di questo corpo estraneo. Solo tornare a chiudere gli occhi nel mare, rientrare nei gesti, tracciare i tuoi cerchi che portano avanti.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Mariangela Gualtieri

MariangelaGualtieri

 

Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 

Le giovani parole (Einaudi, 2015)

Giacomo Sandron

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Cossa vustu che te diga, Portogruaro
tera marsa, mi te amo
che vol dir che te me fa morir
che a forsa de dai e dai sul liston
me son frugà i pie, ‘l cuor e ‘l sarvel
a spetar che vignisse su
‘na robuta quaunque da ti
tera marsa, desmentagada
che no la serve se no par pianser.
Te mancarà e man de me nona
i so grossi dei come gropi e duri
che te li ficava drento in senocioni
su la cuiera, col soriso tai oci,
te mancarà i so fondi de cafè
e le scorse dei ovi che te mis-ciava
tuto ‘l pastrocio che a faseva
par farte pì grassa e pì bea.

 

 

Cosa vuoi che ti dica, Portogruaro
terra marcia, io ti amo
che vuol dire che mi fai morire
che a forza di andare su e giù per la piazza
ho consumato i piedi, il cuore e il cervello
aspettando che germogliasse
una piccola cosa qualunque da te
terra marcia, dimenticata
che non serve a nulla se non a piangere.
Ti mancheranno le mani di mia nonna
le sue dite grosse come nodi e dure
che ti affondava dentro in ginocchio
nell’orto, col sorriso negli occhi,
ti mancheranno i suoi fondi di caffé
e i gusci delle uova con cui ti impastava
tutto il pastrocchio che combinava
per farti più grassa e più bella.

 
Cossa vustu che te diga (Samuele, 2014)

Walter Benjamin

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Di memoria e di oblio un giorno niente
resterà se non un canto presso la sua culla
nulla celando e nulla rivelando
canto senza parole dalle parole non compreso

canto che salirebbe dal profondo dell’anima
come dalla terra convolvoli e nasturzi
come voci nel suono d’organo alla messa
si stringerebbe il nostro sperare in questo canto

nessun conforto esiste oltre questo canto
e nessuna tristezza lontana da quel canto
contiene astro e animale come in un tessuto

e morte e amici senza distinzione
ogni cosa vive in questo canto
poiché vi entrò del più venusto il passo.

 

Sonetti e poesie sparse (Einaudi, 2010), a cura di R. Tiedemann

Sipho Sepamla

sepalma

 

Questo nostro tempo

Questo nostro tempo
fa ronzare le api di rabbia
impregna gli animi di parole smisurate
e prepara il giorno del capestro notturno.

Questo nostro tempo
rode il midollo del muscolo del dolore
gonfia il cuore di amarezza con pose incuranti
e fa della giustizia una opportunità

Questo nostro tempo
s’inchina davanti al sospetto
moltiplica le menzogne nelle poltrone a dondolo
sposa la verità sull’altare del diavolo

Questo nostro tempo
nutre troppo il presente del passato
capovolge ogni immaginazione
e rovina la coscienza con l’ambizione

Questo nostro tempo
graffia il dorso della scimmia
mangia fiamme davanti al pubblico invitato
e tinge la pelle per il proprio sudario

Questo nostro tempo
ascoltare il rumore delle foglie che cadono
guardare i relitti di auto sinistrate
e cedere davanti al compromesso

Questo nostro tempo
affondare i denti in un frutto marcio
bere l’acqua dei pozzi avvelenati e
cantare dei vecchi inni a delle veglie funebri

Questo nostro tempo è solo un poco inquinato.

 

Poeti Africani Anti Apartheid (Edizioni dell’Arco, 2002), trad. it. M. Luzi

Claudio Damiani

claudio damiani

 

C’era un prato verde verde
con cielo azzurro e sole,
aria fredda e erba verde e grassa,
primi di aprile, mattina,
vento di tramontana
e un pastore con dietro
tutte le pecore, ferme
per attraversare. Passo con la macchina
e dietro di me attraversano le pecore.
Quando ritorno, dopo dieci minuti,
le pecore stavano riattraversando.
E tu, luna, stavi guardando,
tu che ti muovi con passo lento di danza,
grande sfera aerea innamorata della terra,
te che pure, un giorno, nascesti
partorita dalle stelle,
forse una costola della terra,
forse nascesti dall’unione
di tanti piccoli corpi,
crescesti come una bambina e diventasti
questa ballerina meravigliosa che si muove con grazia
ammirata da tutti, che balla tutta la notte.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

C. D. Wright

CD-Wright-by-WT-Pfefferle

 

in our only time.

“ Follow me,” the voice, the long, longed-for voice stops
the writing hand. “I have your shoes.” Except
for a rotating fan, movement at a minimum. The plan,
if one can call it a plan, is to begin in what is known
to some as the perennial present; beginning
with a few sentences written in a kitchen while others
cling to their own images in twisted sheets of heat.
A napkin floats from a counter in lieu of a letter. Portals
of the back life part in silence: o verge
of song, o big eyelets of daylight. Leaving milk and bowl
on the table, leaving the house discalced. All this
mystery, mildly erotic. Even if one is terrified
of both death and the color red. Even if a message is sent
each of us in secrecy, no one can make it stay.
Notwithstanding scale—everything has its meaning,
every thing matters; no one a means, every one an end

 

*

nel solo tempo che abbiamo.

“Seguimi,” la voce, una voce a lungo desiderata, blocca
la mano che scrive. “Le tue scarpe ce le ho io.” A parte
un ventilatore rotante, movimento al minimo. Il programma,
se lo si può definire tale, è cominciare in quello che è noto
ad alcuni come il presente perenne; iniziando
con poche parole scritte in cucina mentre altri
s’aggrappano alle proprie immagini in veli di calore attorcigliati.
Da un ripiano fluttua un tovagliolo invece di una lettera. I portali
della vita passata s’aprono in silenzio: o bordure
del canto, o grandi asole di luce. Lasciando latte e ciotola
sul tavolo, lasciando la casa scalza. Tutto questo
mistero, vagamente erotico. Anche se si è atterriti
sia dalla morte che dal colore rosso. Anche se un messaggio
viene spedito a tutti noi in segreto, nessuno può farlo restare.
Nonostante la scala – tutto ha un significato
tutto conta; nessuno è un mezzo, siamo tutti un fine

 

© Inedito di Carolyn D. Wright – versione italiana di Riccardo Duranti