Zoë Skoulding

ZOE

 

Inventory

tape recorder

reel to reel beginning with
your own voice returning un-
like itself heavier and
thicker in rustles and clicks
of words outside the head where
a life may be erased with
its own sound replaying in
another room relatives
freeze up in the occasion
addressing a future that
doesn’t know them or a child
close to mic go on it’s like
a telephone but it won’t
say anything back hello

 

 

Inventario

registratore

bobina a bobina si inizia con
la tua stessa voce che ritorna di-
versa da sè più pesante e
più spessa in fruscii e scatti
di parole fuori dalla testa dove
una vita può cancellarsi col
proprio suono che si ripete in
un’altra stanza i parenti
si bloccano per l’occasione
rivolgendosi a un futuro che
non li conosce o a un bambino
vicino al microfono vai è come
un telefono solo che non
risponde pronto

 

© Inedito di Zoë Skoulding – versione italiana di Marco Simonelli

Carmen Yánez

Carmen Yánez

 

Silenzio

Quando si negano le parole
e non danza il verbo
sul polline della terra,
questo è il silenzio.

Come se la morte
intrappolasse i suoni
nella sua oscura confraternita.

Allora sono solita chiamarlo
e condividere i suoi muti cenni di trincea.

Sono la convitata di pietra
nel suo taciturno territorio
e lì faccio nidi di parole
in cui depongo le uova.

Paesaggio di luna fredda (Guanda, 1998), trad. it. R. Bovaia

Nikola Šop

Nikola_Sop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco, ora ascolta nuovamente
il primo compito
e impara a ripetere
quello che nuovamente ti rivelerò.

Non confondere con questo le caducità terrene.
Abituati pian piano a toccare
quel che appena ti rivelo
con i polpastrelli

e non osare a toccarlo
che con lo sguardo.
Sta’ là soltanto, attendi
che mi ricordi quel che ho da dirti,

io, che so
tutto l’inconcepibile.

 

Mentre i cosmi appassiscono (Libri Scheiwiller, 1996), trad. it. D. Pušek

Mario De Santis

Mario De Santis

 

Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana la musica che invade
il peso del mio corpo, che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere
.

 
© Inedito da Sciami (Ladolfi, novembre 2015)

Giorgio Caproni

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Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, và pure in congedo.

Tutte le poesie (Garzanti,1999)

Foto di Dino Ignani

Cristiano Poletti

cristiano poletti interno poesia

 

L’angelo o l’agnello

Avevano male
queste molte vite, ma anche il modo e il posto
dove durare, essere
in grado di reliquie.
L’acqua che manca, la mano che subito
si spalanca e chiede
l’acqua se è stata da vivi la fine
o l’inizio di un’edera infinita,
non so. Le lacrime perfette forse
bastano perché amando fossimo
un’altissima gioia.
Come nel quadro, l’angelo o l’agnello:
Prado, Louvre, Antonello da Messina.

 

© Inedito di Cristiano Poletti

Nota:
La poesia fa riferimento a due opere di Antonello da Messina: Cristo in pietà e un angelo, Madrid, Museo del Prado; Cristo alla colonna, Parigi, Museo del Louvre.

Jacqueline Risset

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Amor che ne la mente

Amor che ne la mente mi ragiona
Amor che ragiona
che risuona

nell’anima
nel corpo-cuore
e nell’asse di cristallo

vieni con me passeggia con me
lungo il mare
con i granchi

Amor che mi fai pensare
e mi svii ogni pensiero
mi porti frammenti di lui

frammenti passati
ma sorti presenti
immortali:

voce frettolosa nel corridoio
la mano che stringe la mano
nel sonno

oppure selvaggio dal volto severo
senza rispondere

 

Amor di lontano (Einaudi, 1993), trad. it. J. Risset

Jacques Werup

Jacques Werup

 

Il lavoro

Ci piace quel presagio
di morte che ci coglie
nel viaggio verso casa dal lavoro.

Il volto allora muta: questo si vede
dal mio volto ugualmente cambiato
che d’un tratto se ne sta più comodo

quando penso: anch’io, fra poco.
Una volta in una grande città ne parlai
con uno che visse per poco ancora.

Attraversammo una grande piazza,
fra resti di penne di piccioni
i nostri dolori lasciarono dei segni

sul terreno umido
alla fine del quale le case
sembravano scogliere di pioggia.

Nel separarci ci sembrò di essere molti
che tornavano a casa, ognuno alla sua,
dopo un lungo discorso. Il tribuno incomprensibile.

Il treno mi prese. Nel tempo sprofondò la città.
E ora quando dormo dopo il lavoro
vedo quella piazza.

E quando non so più chi vede la piazza
so che sto dormendo.
Forse è così morire, o forse è più come il lavoro.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson

Francesca Serragnoli

francesca serragnoli

 

Nei giorni c’erano cieli bellissimi
tutti con il piede appoggiato al muretto
varcavano i confini, volavano schiaffi
uno sputo alla pioggia
l’esser soli di baci ne riceve tanti
ci vuole quella stranezza che girava
fra i tavoli di una discoteca
quel venire dentro le maniche
che solo il freddo conosce il brivido
ci vuole un cielo solo tuo
un cielo peso sulla spalla
con i suoi cementi, le sue pozze piccole
quel tramonto di gamba
grossa che gira con la palla intorno al sole
ci vuole quel briciolo di fuoco tuo
che chiede solo di cadere
come una cantilena trasparente nell’oscurità
e le calze il vento le lascia
per qualche minuto
dondolare vuote.
Quando ti vesti così
nessuno lo saprà mai.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

John Berryman

John Berryman

 

Dante’s Tomb

A tired banana & an empty mind
at 7 a.m. My world offends my eyes
bleary as an envelope cried-over
after the letter’s lost.

In spite of it all, both it & me,
I’ll chip away at the mystery.
There’s a Toltec warrior in Minneapolis
with narrow eyes, reclining.

The head raised & facing you;
larger than life-size, in tan granite.
The cult perished.
The empty city welcomed the monkeys.

We don’t know. Hundreds & hundreds of little poems
rolled up & tied with ribbons
over the virgin years, ‘unwanted love’.
And Miss Bishop’s friend has died,

and I will die and one day in Ravenna
I visited his tomb. A domed affair,
forbidding & tight shut.
‘Dantis Poetae Sephlchrum’.

She said to me, half-strangled, ‘Do that again.
And then do the other thing’.
Sunlight flooded the old room
& I was both sleepy & hungry.

 

*

 

La tomba di Dante

Una banana stanca e la mente vuota
alle 7 del mattino. Il mondo offende gli occhi
impiastrati come una busta bagnata di lacrime
dopo che si è persa la lettera.

A dispetto di tutto, di esso e me,
continuerò a scalpellare il mistero.
A Minneapolis c’è un guerriero Tolteco
cogli occhi a mandorla, reclino.

Il volto eretto che vi fissa;
più grande del naturale, di granito scuro.
Ne perì il culto.
La città vuota accolse le scimmie.

Noi non sappiamo. Centinaia e centinaia di poesiole
accumulate e legate coi nastrini
negli anni vergini, “amore respinto”.
Ed è morto l’amico di Miss Bishop,

ed io morirò e un giorno a Ravenna
visitai la sua tomba. Un edificio a cupola,
arcigno e impenetrabile.
“Dantis Poetae Sepulchrum”.

Semistrangolata mi disse “Fallo ancora.
E poi fammi l’altra cosa”.
Il sole inondò la vecchia stanza
ed io avevo sonno e fame.

 

Canti onirici e altre poesie (Einaudi, 1978), trad. it. S. Perosa