Zhu Zhu

zhu zhu interno poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guidando verso un altro pianeta

Questa città non cambia da due secoli
avanza a fatica da lontano, per penetrare la notte.
Le rotaie mani che picchiano sulla terra
sterzano decise come un autista che ritrova la memoria.

Un uomo è volato via dal suo corpo
il treno entra in stazione. Vedo che il treno è una serie di finestre,
legate con ferro più resistente della corda
il vento affoga gli uomini nel vapore del sole.

 

Nuovi poeti cinesi (Einaudi, 1996), trad. it. C. Pozzana, A. Russo

Andrej Budal

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Bollettino di guerra

Quarto anno di guerra. Verso sera
al bollettino mi spinge attraverso i castagni
in un’attesa ogni giorno più dolorosa.
“Niente di nuovo”, dice il corriere.

Niente di nuovo: la morte prosegue il banchetto,
oggi come ieri lo stesso macello,
agonie, centinaia di migliaia di lamenti.
Quarto anno di guerra… Quando la pace?

Niente di nuovo – solo la morte mieterà per sempre;
e anche se per milioni di anni
l’umanità accumulerà lavoro,

niente di nuovo più potrà vedere il mondo;
solo chi oggi è stato colpito dalla palla
libero dal vecchio, potrà guardare il nuovo.

 

La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti (Nottetempo, 2014) trad. it. L. Matteusich

Maria Grazia Calandrone

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Grappoli di pere con piccoli spacchi

Penso che con questo magnifico sole freddo l’unica cosa ragionevole da fare sia argomentare intorno a piccole pere verdi dopo averne osservato nei giorni lo strutturarsi e il gonfiarsi in forme che si presentano come di consueto tondeggianti in basso (che è verso la gravità della terra) e allungate verso la cima (che è dove pendiamo dal ramo).
Ogni piccolo fiore, se non cade per la stanchezza del ramo – che riesce a portare a compimento solo i più robusti tra i propri frutti – e se non viene trascinato dal vento sulla terra – che origina una vita simile a se stessa solo dalla matrice dei semi, mentre dall’altra materia organica produce differenti specie di larve – asciuga lentamente e si traduce in frutto.
La buccia – fredda, liscia e lucente – a volte cede alla secchezza dell’aria invernale e si forma uno spacco – i bordi del quale anneriscono con il trascorrere dei giorni e delle notti a causa dell’ossidamento del ferro contenuto nella polpa.
Osservando nella ferita si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti.
Nella pera c’è un cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra morte e allo splendore (conseguenza del male che lo precedette e che è anche già stato lavorato – ma tu sei giovane e hai ancora tempo da perdere col dolore – oh, vorrei anch’io subire ancora l’offesa della giovinezza!). Intorno a questa traccia c’è la ruggine, che possiamo considerare come la parte del corpo vivo che ha reagito all’aria, come la scia di una emorragia nel passaggio che avviene tra regno (dei vivi) e regno (dei morti).
Raramente infatti passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante cioè dotata di ferita aperta.
Tutto quello che possiamo immaginare avvenga al di là dei sensi nella formazione della pera, esorta a una serena pulizia dello sguardo, esorta a eliminare il superfluo e le scorie mentre si forma l’agglomerato dolce che diciamo frutto.
Ma alle volte, come vale per tutti gli altri frutti, avviene che il biancore sia insidiato dalla fame di un essere vivente. E la pera serenamente ospita il suo ospite – che si nutre di lei e della sua bianca morte – così com’è, illuminata dalla gioia del ridicolo.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

Andrea Zanzotto

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Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
– soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli –
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

Tutte le poesie (Mondadori, 2011)

Alessandra Frison

alessandra frison

 

Non vi saprei dire nulla di me.
Anni che passano senza ricordi
piccoli gesti tra le mani
vuoti che stentano a dire come di noi
saranno dispersi anche i minimi gesti.

Ho visto parlare qualcuno
nel verde dei vostri parchi
correvano come cani
con la voce di qualche secolo rimasto
nelle loro tracce.

Ci lasciavano raccogliere camelie
sulla strada del Sempione
così rosse che potevano dividere l’erba
o ancora di più, nel fondo, nella radice
nella delusione delle cose
nella costernazione.

Una volta accese le lanterne per la sera
tornavamo nei nostri passi
ognuno alle tiepide cose
ognuno ai sorrisi di pochi
alle facce di molti.

Non vi sapremo dire nulla. Il giorno
che si prova a cercare
è un giorno comune
come una serie di nomi
nelle costellazioni del cielo.

 

Le ore della dispersione (LietoColle, 2013)

Gregory Corso

gregory corso

 

Nella mia bella… e cose svariate

Tutte le cose belle
cose mie
nei cani morti avvolti in cellofan e legati
e immobili e belli come i miei
nelle mie stanze-tomba di polvere e niente cose

Una cosa che faccio di questi tempi
quando una bella topa mi passa vicino
la faccio passare nel mio buco della chiave
o la infilo sotto la porta se è vecchia
e non come una madre o una troia

o un maiale senza madre
quindi la porto nella mia bella
e cose svariate
e l’amerò nel cellofan con lo spago
come musica per un mondo e niente cose

Ma non mi vanto del mio lavandino sozzo
e delle cose appese alla maniglia ad asciugare
sarebbe meglio essere solo che con una troia
che sfaccenda per casa con la mia polvere non impacchettata
con le calze di nylon e qualche canna e niente cose

 

Gasoline (Minimum Fax, 2015), trad. it. D. Abeni

Giovanna Rosadini

giovanna rosadini

 

Dieci anni

Se fosse morta allora,
sarebbe stata un’altra.

Consegnata al rimpianto,
paesaggio incompiuto o magari
abbozzo fauve, un ritmo di colori
accesi senza una prospettiva
ordinatrice, un frutto nella gloria
del turgore, ancora ignaro
delle ombre a venire.

Ma avrebbe mancato
l’esuberanza giovanile dei figli,
l’eredità terrena incarnata
nelle pieghe di tenerezza
dei loro visi, nel vigore armonico
dei corpi, tesi, elastici,
pieni della luce aurorale
che dice: sì, vita: e: tutto deve, ancora,
accadere.

Se non fosse morta allora,
mai sarebbe rinata
al ritmo lento delle parole,
nero su bianco, che oggi esplora.

(28.5. 2005 – 28.5. 2015)

© Inedito di Giovanna Rosadini

Foto di Dino Ignani

Harold Pinter

Harold Pinter

 

God Bless America

Here they go again,
The Yanks in their armoured parade
Chanting their ballads of joy
As they gallop across the big world
Praising America’s God.

The gutters are clogged with the dead
The ones who couldn’t join in
The others refusing to sing
The ones who are losing their voice
The ones who’ve forgotten the tune.

The riders have whips which cut.
Your head rolls onto the sand
Your head is a pool in the dirt
Your head is a stain in the dust
Your eyes have gone out and your nose
Sniffs only the pong of the dead
And all the dead air is alive
With the smell of America’s God.

 

Dio benedica l’America

Ed eccoli che ripartono,
gli yankee corazzati in parata
e intonano ballate festose
da una parte all’altra del mondo al galoppo
rendendo lode al Dio d’America.

I marciapiedi sono ingombri di morti
chi non ha potuto partecipare
chi si è rifiutato di cantare
chi sta perdendo la voce
chi ha scordato le note.

Tagliano, le fruste dei cavalieri.
La testa rotola sulla sabbia
la testa diventa una pozzanghera nella terra
la testa diventa una macchia nella polvere
ti escono gli occhi dalle orbite e il naso
sente solo il tanfo dei morti
ma è viva quell’aria di morte
e puzza del Dio d’America.

 

Poesie d’amore, di silenzio e di guerra (Einaudi, 2004), trad. it. E. Quaggio

Alfonso Gatto

A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2001)