Claudio Damiani

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Per fare la mia armatura ci sono voluti secoli,
in mille hanno lavorato, artigiani, orafi
provenienti da tutti i paesi del mondo.
La mia armatura è immortale
e quando morirò passerà ad un altro
e anche se si dovesse perdere,
come quella di Achille in fondo al mare,
ci sarà sempre qualcuno che la ritroverà.
E’ talmente preziosa che qualche volta preferirei non metterla
perché ho paura di rovinarla
anche se so che niente la può rovinare.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Vittorio Bodini

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Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.

Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.

 

Tutte le poesie (Besa, 2010)

Michele Mari

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Tu non ricordi
ma in un tempo
così lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati
su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolio
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita
io abbia levato al cielo

 

Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)

Alejandra Pizarnik

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Chi illumina

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

 

La figlia dell’insonnia (Crocetti, 2004), trad. it. C. Cinti

Maria Grazia Calandrone

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Dato che neppure in sogno ho avuto il coraggio di dichiararmi a lei

Fare e disfare insieme. Sono
una foglia caduta ai tuoi piedi, gelsomini
e armenti, sono il tuo antefatto contadino, il tuo risplendere pomeridiano – etica
senza curve, l’angolatura del mare nello sguardo.

Fosse stato per me, restavo
zitta. O avrei parlato per travestimenti. Invece quasi credo
che dietro quella porta ci sia lei
– suscitata da un vento senza pace.

Verso l’alba mi viene così realisticamente vicina
con le sue mani appena posate
sulle ciglia. Seguo il cortometraggio dei suoi passi amati
per millecinquecento notti (c’è sempre una luce accesa
nel cantiere) sul moto radicale della terra (due cavalle
cercano il fischio dell’allevatore
in una zona della mia vita). Lastre
di fienagione, la calma scura all’orlo dei frantoi. Adesso
ha di nuovo bisogno di nominarmi come una dolce proliferazione di muschi.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone da Gli scomparsi (storie da “Chi l’ha visto”)

Fabio Pusterla

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Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombre e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.

 

Corpo stellare (Marco y Marcos, 2010)

Marco Pelliccioli

marco pelliccioli interno poesia

 

Era solo ieri

Mentre rovisto tra le casse
pacchi di farina saracena,
sento qualcuno bisticciare
per le pentole a pressione.

Non c’è più il mercato in via Paderno,
li hanno cacciati via:
il Mauro, i salami appesi ai ganci
i graffi sulla faccia per aver ucciso il porco, il Berto
quattro denti marci, le mani senza un dito
sporche de förmài, il Batista
le collane d’aglio, le trote prese al Brembo
ammucchiate sul bancale, la Luisa
gladioli, ortensie che scordano la fame.

Sono scomparsi, crollati negli scavi
di un castello in costruzione.

Eppure, era solo ieri
la polenta nel paiolo a centrotavola nell’aia,
il mangiafuoco, il cherosene, a incendiare la collina
poi a letto sulla paglia, la lampada senza olio,
le stelle decrepite sul tetto.

Non è rimasto più nessuno
se non tu, che interroghi ogni ombra incontri nei cortili
e chiedi: “qual è la tua Storia?”

 

C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014)

Rainer Maria Rilke

rilke

Silenzioso amico di molte lontananze, senti,
come il tuo respiro ancor lo spazio accresce.
Nella tramatura d’oscuri ceppi di campana
abbandonati e risuona. Ciò che ti consuma,

diventa forza per questo nutrimento.
Nella metamorfosi entra ed esci.
Qual è in te l’esperienza più dolente?
Se ti è amaro il bere, diventa vino.

Sii in questa notte della dismisura
magica forza all’incrocio dei tuoi sensi,
senso del loro incontro strano.

E se terrestrità ti ha dimenticato,
dì alla terra immota: io scorro.
Alla rapida acqua parla: io sono.

 

I sonetti a Orfeo (Feltrinelli, 2008), trad. it. F. Rella