Alessandro Moscè

alessandro moscè

 

Raccogli le ombre, una ad una
e sistemale nell’album dei francobolli,
spogliale sul letto di un albergo
con l’indolenza dei liceali.
Non hanno la pelle chiara della luna
ma si possono attraversare
anche quando fa freddo
e ti senti smarrita dietro la porta di casa.
Le ombre non parlano e non cantano,
ma avvertono con gli occhi della civetta
e si abbandonano sull’argine dei fiumi
per dormire qualche ora
sotto gli alberi dei cachi.
Spariscono come le cose accatastate
ma ci seguono circospette
quando non le vediamo,
dietro un vecchio specchio
che rifrange sia i vivi che i morti
finché si riesce a seguirli
con la coda dell’occhio

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Giovanna Sicari

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Estate ‘95

Potrei chiedere alla sibilla
di una sera tenera e infantile
quando dolce bolle l’acqua
del pozzo ma la sibilla
sono io, allora dico tutto,
delle sevizie e degli abbandoni
di lettere felici e infami
interi repertori di silenzi e i biglie
quando i parenti erano l’autorità
e amavo ogni forestiero.
La maga dice: la legge incombe
la legge vuole, domani ti darà
la sua acqua. Cammino
in diagonale, ho mire e tuffi
– dammi la forza, dammi il bene –
Il mare è tempesta pura,
i mendicanti sono fermi
sulla spiaggia di Sperlonga
tappeti e spalle curvi, ogni
cellula è lontana da quella
madre che tortura, ogni famiglia
è ferma in quella legge speciale
della fortuna, della scintilla
del lungomare, della cellula
che si ripete.

 

Epoca immobile (Jaca book, 2003)

 

Foto di Dino Ignani

Henri Michaux

henri michaux

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia vita

Te ne vai senza di me, vita mia.
Tu corri,
E io non ho fatto neppure un passo.
Tu porti la battaglia altrove.
Tu mi volti così le spalle.
Io non ti ho mai seguita.

Nelle tue offerte non ci vedo chiaro.
Quel poco che voglio, non me lo dai mai.
È per questa mancanza che aspiro a tanto.
A tante cose, quasi all’infinito…
Per questo poco che mi manca, che tu non mi dai mai.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Franca Mancinelli

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Ha le radici fuori della terra. Le ha cresciute come rami. Non le ha protette nel buio. Non sai da dove respiri. E quante ne possiede che affondano vertiginose, invisibili. Ma queste che ha esposto alla morte, indurite vene affiorate dicono la sua forza più della chioma che innalza al cielo. Albero maestro reggi, guida questa navicella di strade e case perse nello spazio.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Rosita Copioli

rosita copioli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrivevo un tempo

Scrivevo un tempo solo mossa dal dolore;
non più, hai rovesciato la mia vita.
Del tanto dolore che mi hai dato
se mi ricordo non importa,
conta solo la gioia, e questa
segna da tempo il tempo.
Una gioia segnatempo,
come la lancetta di un orologio
fuori controllo, definitivo,
segna i battiti del mio cuore,
e del tuo.
Sapessi come era caldo.
Saldo sotto quel petto amato,
quel battito di uccello,
quel battito di ali
che ventilavano il sangue,
mentre lo slancio mi toccava,
mi invadeva, e imitavo il tuo cuore
per amore.

Animali e stelle (Stampa, 2009)

Vanja Strle

vania strle

 

Tra ombra e luce

Tra ombra e luce
ci sono differenze minime
(l’ombra è solo un’irradiazione
meno ricca).
Il tempo si muove
entro il loro cerchio
e il poeta non si firma
sotto le sue poesie;
se sono sue,
sono tue, mie
(l’elementare diritto dell’arte
è la sua particolare percezione
in ogni singolo individuo),
nostre,
adesso e nel futuro,
a tempo debito – che verrà –
parleranno di nuovo con noi.

 

Quale fuoco (Mobydick, 2009), trad. it. J. Milič

Claudio Damiani

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E alla fine me ne sono andato da solo
lasciando tutti, camminavo su una stradina
che si faceva sempre più piccola
il cielo prima era grigio poi era diventato bianco
chiaro azzurro e il sole brillava nel cielo
l’aria era fresca e chiara, era una mattina di inverno
e io camminavo da solo.
Il sentiero non c’era più
e io continuavo a camminare
l’aria era fresca, cara
e io la respiravo tutta.
Il monte, il cielo, le nuvole
erano fuori di me e anche dentro
e non c’era altro che questi cespugli poveri
con i loro frutti radi, nell’aria trasparente.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Oleg Dozmorov

oleg dozmorov

 

Ecco, sono diventato una persona normale,
vado al lavoro ogni giorno,
è sempre più raro che cerchi una rima con la neve,
spezzo nel giardinetto per le ragazze il lillà.

Quando fiorisce, ma è sempre più raro – più raro,
mi pare, che fiorisca,
e io stesso non mi esalto più per la poesia
e sarà un anno che non leggo più Boris.

 

Poeti russi oggi (Scheiwiller, 2008), trad. it. A. Alleva

Beppe Salvia

beppe salvia

 

A scrivere ho imparato dagli amici

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

 

Cuore (Rotundo, 1988)

Carlo Bordini

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Amico

 

ho visitato un amico che stava morendo.
mi perdonò di essere vivo. mi sono accorto
che me n’ero sempre vergognato. lui invece mi spiegò
che non era una colpa. non l’avevo fatto apposta, io.
mi spiegò che essere vivo non era una colpa. non facevo male
a nessuno. ma ci volle lui per spiegarmelo. a lui ho creduto.
mi spiegò che se facevo male non era con intenzione. mi perdonò.
mi consolò. sei simpatico, mi disse, anche se non stai morendo. nella
vita avrai tante cose belle, piacerai alle donne. mi fece far pace
con la vita, come si fa con una fidanzata riottosa.

 

I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975-2010 (Luca Sossella, 2010)

Foto di Dino Ignani