Eugenio Montale

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Falsetto

Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua’ è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.

Hai ben ragione tu!
Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

 

Ossi di seppia (Mondadori, 2001)

Margaret Atwood

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Cuore

Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.

Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore.

 

La porta (Le Lettere, 2011), trad. it. E. Rao

E. E. Cummings

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Sii soprattutto giovane e lieto.
Se sei giovane, qualsiasi vita

assumerai diventerà te; e se lieto
tutto ciò che vive diverrà te stesso.
A ragazzeragazzi serviranno ragazziragazze:
io so assolutamente amare solo

colei che misteriosa riveste d’infinito
la carne dell’uomo; e nella sua mente il tempo

annulla a che mai pensi, dio non voglia
e (misericordioso) protegga chi ti ama:
qui sta sapienza, e della negazione il morto nonfato.

Preferirei imparare a cantare da un solo uccello
che insegnare a diecimila stelle a non danzare

 

Poesie (Einaudi, 1998), trad. it. M. de R.

Giovanna Rosadini

giovanna rosadini

 

Randagi esposti al cielo e alle intemperie,
la sera il crepuscolo ci stinge al suo colore
e il giorno ci risveglia al suo sapore, febbre,
contagio che ci ha presi, se prima eravamo illesi
ora siamo sostanza cariata dall’arsura,
smangiati oltremisura e mai arresi,
mai, per quanto il coagulo indurisca e pesi
nella carne e spiombi giù la mente, niente
dilegua, niente. Eppure, il desiderio, risolleva.

 

© Inedito di Giovanna Rosadini da Fioriture capovolte

Foto di Dino Ignani

Andrea Cati

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Ho nostalgia di te, qui tra i parchi e le strade silenziose di questa città
provo a dare un nome al tuo volto che lentamente si fa più sfocato
lascio travolgermi dalle nostre notti trascorse a raccontarci che senso ha vivere
se poi la vita ci porta lontano, se poi cresciamo e questi corpi un tempo velluto per le mani
diventano fragili finestre usurate dalla pioggia, interi condomini abitati dai ricordi.

Ho nostalgia di te, qui su questo letto
vorrei vederti salire con la timida falcata di chi sa cos’è il pudore
ascoltare cosa è stato per te conoscere quest’uomo
cosa può insegnarci la nostra fine
ora che so di aver perso tutto ciò che non ho mai avuto.

 

© Inedito di Andrea Cati

Martina Germani Riccardi

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Le cose possibili

gli altri mi entrano ed escono dal cappuccio
senza
riuscire a prendermi
senza trovarmi, mentre

sto correndo
forte, fino

a toccare acqua
per lasciare nuotare un biglietto

libero

che dice
io ti voglio
tra le cose possibili

 

© Inedito di Martina Germani Riccardi

Orhan Veli Kanik

Orhan Veli Kanik

 

Vivere

Lo so, non è facile vivere
Innamorarsi e cantare per l’amata;
Camminare di notte alla luce delle stelle,
Riscaldarsi di giorno alla luce del Sole
Trovare il modo di passare
Una mezza giornata sulle colline di Çamlica
– i mille toni di blu che colorano il Bosforo –
Saper obliare ogni cosa nell’azzurro.

Lo so, non è facile vivere;
Ma ecco
È sempre tiepido il letto di un morto,
L’orologio di qualcuno sta battendo al suo polso.
Non è facile, fratelli miei, vivere,
Ma neanche lo è morire.

Non è facile separarsi da questo mondo.

 

da Poesia turca contemporanea (Semar, 2004) trad. it. A. Masala

Chiara De Luca

chiara de luca

 

Credevo di trovarli tutti ad aspettarmi
schierati sul binario alla stazione

coi volti contratti dalle notti
bruciate a fiutarmi per le strade di Bologna

oppure accovacciati sul muretto dove ho atteso
dieci anni ogni volta di andarmene per poco

dalle prove generali del per sempre

credevo di cadere in quelle orbite vuote
leggendo il labiale delle bocche deformate

di stringere le mani nelle tasche per sottrarle
alla stretta delle mani degli spettri verso il vuoto

ma i versi hanno drenato il sangue dei ricordi
il tempo bendato lo sfregio dei ritorni

e non piove che sole sull’alveare
della piazza all’uscita dalla stazione.

 

Bologna, 28 marzo 2015

© Inedito di Chiara De Luca

Piero Bigongiari

pierobigongiari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anfratti vuoti

E’ freddo negli anfratti dell’essere
rocciosi, il mare gocciola là sotto,
c’è chi chiede pietà a braccia aperte
e chi accusa con l’indice elevato.
E’ freddo, il pesce nella marea imprendibile,
il vento carezza la roccia, le ali sono chiuse,
i morti non sono giunti, le case si crettano,
la polvere torna fango che non piglia,
lo sguardo scivola parola fuori dall’anima
che, sola, attende il vento, l’ala sbattuta, il sibilo
negli anfratti risponde a chi arriva ripido,
il mare sotto sgocciola verde, va
e viene, va e vede, risponde alle sue gocciole
l’insieme di un essere che diviene.

 

da Poesie. 1942-1992 (Jaca Book, 1994)

Alessandro Moscè

alessandro moscè

 

Raccogli le ombre, una ad una
e sistemale nell’album dei francobolli,
spogliale sul letto di un albergo
con l’indolenza dei liceali.
Non hanno la pelle chiara della luna
ma si possono attraversare
anche quando fa freddo
e ti senti smarrita dietro la porta di casa.
Le ombre non parlano e non cantano,
ma avvertono con gli occhi della civetta
e si abbandonano sull’argine dei fiumi
per dormire qualche ora
sotto gli alberi dei cachi.
Spariscono come le cose accatastate
ma ci seguono circospette
quando non le vediamo,
dietro un vecchio specchio
che rifrange sia i vivi che i morti
finché si riesce a seguirli
con la coda dell’occhio

 

© Inedito di Alessandro Moscè