Andrea Cati

nebbia

 

È un dato certo dirti ti amo
questo vortice che mi accompagna
tra i capannoni e la nebbia che ci schiaccia
l’odore di plastica bruciata, l’inesorabile
franare delle foglie nell’aria affilata di ottobre.

Questa solitudine che ci sostiene
è una malattia che prende forma
detrito di luce, dettaglio minimale
che taglia le finestre, arreda
i nostri pensieri a colazione:
ci protegge. In qualche luogo
immaginario siamo ancora io e te
gli unici artefici delle nostre sconfitte.

 

© Inediti

Rosario Murillo

Rosario Murillo

 

Nell’orologio d’acqua

Una donna scrive una poesia dai contorni dorati
sogna meraviglie nate dal petto
tutto le sembra possibile.
Il suo corpo è una moltitudine
possiede appena mani e piedi
e i suoi pori ci ricordano la trasparenza degli angeli
quando si siedono sulle nuvole a cacciare scintille per i loro bagliori.
Una donna si risveglia fatta di spiagge
fatta di sale, che è abbondanza di concerti,
che sono tutte le lingue del mondo
di nascite e di morti
che sono tutto l’ignoto del mondo e della vita.
Una donna si risveglia artefice dei suoi misteri
possiede il potere della sua voce
e scrive una poesia dai contorni dorati
sulla fragilità dei lampi e delle onde.

 

La poesia Nica (Campanotto, 2007), trad. it. Roberto Pasquali.

Samuel Beckett

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cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra
cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me

 

Le poesie (Einaudi, 2006), trad. it. Gabriele Frasca

Lars Gustafsson

lars-gustafsson

 

Una mattina in Svezia

Mattina,
il vento soffiava, sventolava e tendeva
le bandiere della zona, c’era
ghiaccio sotto le betulle bianche.

Allora passa qualcuno vestito di nero,
cammina con passo pesante,
come se dovesse andare molto lontano.
La strada vuota sale spontanea
per un pendío dove egli si avvia.

Certo che lo conoscevo, potevo raccontare
di lui
e di tutte le strade che ha percorso.
Ora il vento soffia già molto meno.
Le betulle bianche stanno assolutamente
immobili,
con un ghiaccio lucido ai piedi,
bagliore solare.

Dall’orizzonte
dove la luce del cielo è intensa come qui
arriva un piccolo tram sulle rotaie.
Si ferma un po’ qui e poi scompare,
senza che nessuno scenda.

Sulla ricchezza dei mondi abitati (Crocetti, 2010), trad. it. Maria Cristina Lombardi

Franca Mancinelli

franca mancinelli 1

 

padre e madre caduti
frutti che non potevano
marcirmi attaccati
mentre nudo imparavo
a reggere il cielo
come un uccello sul dorso, lasciando
campi e case affondare.
L’azzurro torna
a coprire la terra. Trattengo
nel becco il ricordo,
il seme che sono stati.

 

da Pasta madre (Aragno, 2013)

Cristina Campo

Cristina_Campo

 

È rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.

 

La tigre assenza (Adelphi, 1991)

Robert Minhinnick

rm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa dei signori

È lì come sempre, la casa,
Alte le finestre sul lago,
Tagliato l’erba quasi alla gialla radice.

Lungo il viale d’accesso il bordo di marciapiede bianco calce
Descrive una curva perfetta,
Quasi che pietra, come aria acqua, gonfi in un’onda.

Si dissolvono i miei passi in giardini dove
L’acido rododendro cresce rigoglioso,
I suoi fiori bianchi e rosa come bambole nude.

È sempre stato un albero egoista,
Divorando la luce, crescendo
Luminoso solo, erede forte.

Alla porta prendono il mio biglietto da visita
E un nome in corsivo d’argento
Mi permette di entrare dove mai avrei pensato.

Queste mani gentilmente posate sul mio braccio
Turbano un lontano intruso,
Quel bambino sotto la siepe del tasso

Che guardava lunghe automobili scivolare attraverso il villaggio
E donne fatte come le fiamme delle candele
Muoversi sui prati.

Sopra la sua testa le bacche gonfiavano
Morbide come cera attorno a ogni nucleo,
Nera pepita di veleno che sarebbe cresciuta.

 

da Assemblea di poeti – poesia anglo-gallese contemporanea (Mobydick, 1998), trad. it. Andrea Bianchi e Silvana Siviero.

Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun

 

La mia patria è un volto

La mia patria è un volto
un chiarore essenziale
una fontana di sorgente viva
È mano che attende
trepida il crepuscolo
per posarsi sulla mia spalla
È una voce
di singhiozzi e di risa
un sussurro per labbra che tremano
La mia patria non ha altro orizzonte
che trattenuta tenerezza
negli occhi neri
una lacrima di luce
sulle ciglia
È un corpo di tormenti
preziosi
come un fascio di radici
vicino alla tera calda
È poesia
generata dall’assenza
un paese che nasce
sul bordo del tempo e dell’esilio
dopo un sonno profondo
sospeso a un albero
dai fragili rami
agitati nel vento
La mia patria è un incontro
avvenuto su un letto di foglie
una carezza per dire
e uno sguardo per dormire
paese lontano dalle parole
tanto da calpestare il ricordo
Tra le nostre dita
un ruscello
perché il silenzio sia
Il mio viso è di quel cielo ostinato
vuoto
ferito dall’eleganza del rifiuto
La mia caduta il nostro amore
albero dissanguato
sfigurato dalla grazia spezzata
lo stesso dolore
ha afferrato i nostri corpi
Restano quei versi
cordoglio tardivo
per una patria che non ha più volto.

da Stelle velate. Poesie 1966-1995 (Einaudi, 1998), trad. it. Egi Volterrani.

Gianni Montieri

montieri

 

Invecchiare così, da adesso in poi
contarsi le rughe sulla fronte
i passi, le varianti di ogni sorriso
lo scricchiolare umido delle ossa

dicono che un posto valga l’altro
e invece no, è questo solo questo
il tempo nostro, riflesso addosso
nello specchio d’acqua

che rimanda l’intreccio di due mani
soltanto due: la mia, la tua.

 

Avremo cura (Zona, 2014)

Lucille Clifton

1994

stavo abbandonando il mio cinquatottesimo anno
quando un pollice di ghiaccio
si è impresso vicino al mio cuore

tu hai la tua storia
sai della paura, delle lacrime
della cicatrice d’incredulità

sai che le bugie più tristi
sono quelle che diciamo a noi stessi
lo sai quanto sia pericoloso

essere nate col seno
sai quanto sia pericoloso
indossare una pelle nera

stavo abbandonando il mio cinquatottesimo anno
quando mi risvegliai nell’inverno
di un corpo freddo e mortale

sottili ghiaccioli sporgevano
da quel pazzo capezzolo piangendo

non siamo forse stati bravi bambini
non abbiamo forse ereditato la terra

ma tutto questo tu devi già saperlo
dalla tua stessa vita tremante

 

Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. Elisa Biagini