Tamara Kamenszain

Tamara Kamenszain

 

Dall’altro lato della camera da letto familiare
mi fisso come una roccia allo spazio inospitale dello sgombero
lì, oltre i ritratti dei nonni
indicando questo cuscino che nessuno usa più
attaccato alle valigie che aspettano in piedi
lì è dove cresce il fantasma del rifugio
che aspetta paziente mia madre per farsi reale.
In punta di piedi entriamo a spiarlo
dietro un odore c’è un altro odore c’è un altro odore c’è un altro odore
eppure ancora più indietro da un gemito un rumore avanza
sono sedie a rotelle che camminano da sole
i nudi e i morti mettono il freno delle loro sonde
a disposizione delle infermiere
qualcuno tende il letto con godimento di becchino
in sala di chinesiologia immobilizzano gli invalidi in pantofole
non trovo l’uscita nonostante le frecce la indichino a ogni passo che non faccio
non la lasciamo non la lasciamo qui diciamo in coro con mia sorella
che ci curi lei, che ci protegga da quello che le tocca
consolaci mamma del tuo stesso soffrire
perché il logorio della tua vita ci mette in fuga
e come pazze sul bordo dell’uscita
anche se la freccia che la indica ti ha già trafitto il corpo
e adesso c’è soltanto un’entrata ad aspettarci
retromarcia per il tunnel del tuo deterioramento
quello che dal primo parto programmato
fino al punto morto dell’ultimo cesareo
va espellendoti sola sciolta dalle tue stesse figlie
fuori più fuori moltissimo più fuori ancora
dalla nostra prima dimora.

 

da L’eco di mia madre (Kolibris, 2014), trad. it. Chiara De Luca.

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