Cesare Pavese

pavese

 

Incontro

Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.

L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

 

Lavorare stanca (Einaudi, 2001)

Lucio Mariani

lucio mariani

 

Giochi d’acqua

Né una stella né un demone o un’avèrla
mi chiesero di esistere. Pure ti parla
ancora e ti sorride uno dei mille
e mille giochi d’acqua, un caso della forma,
la drupa lavorata dalle prove del tempo
fatta colma di sangue, che guardi e accarezzi.

Né una stella né un demone domanderà
quando vorrò morire. Ma insiste l’ora e l’ombra
si propaga sulla spalla, insiste nelle frazioni
e i multipli a devastare puntigliosamente
mentre rifiuto il fratello sconosciuto
che mi rende
i suoi occhi malati nello specchio.

Non mi chiede una stella di scrivere la vita
e con le dita stringere il sogno e la memoria.
Ma
la penna e l’ago della mia ferita.

 

da Farfalla e segno (Crocetti, 2010)

Karen Blixen

karen_blixen_1

Incontro

Ah, quando sei lontano e nessuno
più nomina il tuo nome –
quando ovunque mi rechi sento
cupo e gelido un vuoto –

comincio a credere che tu sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto –

– ma quando poi ti vedo e posso
sentire ancora le tue forti parole,
e posarti ancora il capo sulla spalla –
ascoltare ancora il suono della tua voce –

allora so che il resto è solo notte,
malvagi sogni che presto scorderò,
so che tu mi porti nella luce
e che in te dimorano la vita e il giorno

 

Poesie d’amore del ‘900 (Mondadori, 2001), trad. it. Bruno Berni

Derek Walcott

derek-gn

 

 

 

 

 

 

 

 

E un giorno, all’ombra delle acacie sulla spiaggia,
scorsi nella luce di mezzodì la parodia del levriero

di Tiepolo che non esigeva ricerca e lì, a suo agio
sull’erba sbiancata dal sale, non era ancora stato dipinto.

Avevo già visto levrieri sgranchirsi al guinzaglio,
le membra tese sugli arazzi della primavera;

ma ora avevo trovato, nell’azzurro della spiaggia,
questa cosa barcollante, abbandonata, senza casa.

E lei pianse, mossa a pietà. Non era
un cagnolino coccolato nella cuccia di raso,

né il bastardino di Goya che ti scruta
da una crepa dell’abisso infernale del Prado,

ma un cane scosso dal terrore,
insicuro di tutto, anche della sua ombra.

La pancia gonfia tremava per il bruciore
della fame; lei lo prese in braccio con un gemito;

questa era l’eredità del bastardino, non l’affresco grandioso,
ma disprezzo, abbandono, e forse abbastanza

speranza e amore da aiutarlo a vivere
come tutta la sua specie, e carità, e affetto;

l’abbiamo portato al villaggio perché sopravvivesse
come sopravvissero i miei antenati. Ecco il levriero.

 

Il levriero di Tiepolo (Adelphi, 2005), trad. it. Andrea Molesini

Valerio Grutt

valerio grutt

 

Questo cuore aperto
può accogliere di tutto:
vetri di bottiglie, diluvio,
radici di albero, intere autostrade,
colate di cemento, costellazioni.
Ci passi senza abbassare la testa
tu e la morte nera, palafitte,
il crollo di una diga.
Questo cuore che aperto
può tenere tutto, trema
come lavatrice nella furia di centrifuga
ed è qui, è tuo.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Mario Luzi

MarioLuzi

 

Nella casa di N. compagna di infanzia

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

 

da Primizie del deserto (Schwarz, 1952)

Tamara Kamenszain

Tamara Kamenszain

 

Dall’altro lato della camera da letto familiare
mi fisso come una roccia allo spazio inospitale dello sgombero
lì, oltre i ritratti dei nonni
indicando questo cuscino che nessuno usa più
attaccato alle valigie che aspettano in piedi
lì è dove cresce il fantasma del rifugio
che aspetta paziente mia madre per farsi reale.
In punta di piedi entriamo a spiarlo
dietro un odore c’è un altro odore c’è un altro odore c’è un altro odore
eppure ancora più indietro da un gemito un rumore avanza
sono sedie a rotelle che camminano da sole
i nudi e i morti mettono il freno delle loro sonde
a disposizione delle infermiere
qualcuno tende il letto con godimento di becchino
in sala di chinesiologia immobilizzano gli invalidi in pantofole
non trovo l’uscita nonostante le frecce la indichino a ogni passo che non faccio
non la lasciamo non la lasciamo qui diciamo in coro con mia sorella
che ci curi lei, che ci protegga da quello che le tocca
consolaci mamma del tuo stesso soffrire
perché il logorio della tua vita ci mette in fuga
e come pazze sul bordo dell’uscita
anche se la freccia che la indica ti ha già trafitto il corpo
e adesso c’è soltanto un’entrata ad aspettarci
retromarcia per il tunnel del tuo deterioramento
quello che dal primo parto programmato
fino al punto morto dell’ultimo cesareo
va espellendoti sola sciolta dalle tue stesse figlie
fuori più fuori moltissimo più fuori ancora
dalla nostra prima dimora.

 

da L’eco di mia madre (Kolibris, 2014), trad. it. Chiara De Luca.

Francesca Matteoni

matteoni

 

Orso

A volte, io credo, il cielo è solo vetro, per questo
Non cadiamo, ma vediamo. Siamo viste.

Nuotiamo in una sfera di creature.
Le tracce oscillano tra il terreno e l’aria.

Se viene, il vento rimbomba sulle superfici
si scarica nei buchi in mulinelli.

Animali intagliati affollano i sentieri –
quello più grande fa tremare il suolo.

Voce di orso di caverna. Non vogliamo
che tu sia un uomo. Scendi quando fa fumo

dalla casa, quando non si respira per il fumo –
ti puliremo il muso dagli insetti.

Questa casa è una fossa di cibo.
Chiamaci Biancaneve e Rosarossa.

 

da Acquabuia (Nino Aragno, 2014)

Ernest Hemingway

hemingway interno poesia

 

C’erano Ike e Tony e Jacque e il sottoscritto
Che giravano per il centro di Schio
Tre giorni di licenza e ti senti un gran dritto
Sbronzi duri ma l’occhio aperto e fitto
Si guardava com’erano fatte, loro e io.
Solo com’eran fatte, santo Dio.

Perché la faccia non interessa quando hai solo tre giorni di licenza
Né ad Ike né a Tony né a Jacque né al sottoscritto.
La faccia è gratis, la guardi, ne hai diritto
Ma una caviglia ti costa sofferenza
Perché la caviglia è un segno.

Buono è il cognac anche se Martel non è,
La caviglia ha segreti che tiene per sé.
Certe volte li serba, o li scambia con te.
Fra tre giorni saremo di nuovo all’inferno, ecco perché
Non ce ne importa un fico se anche lei Martel non è.

 

da 88 poesie (Mondadori, 1998), trad. it. Vincenzo Mantovani

Claudio Damiani

claudio_damiani

 

Quanto spreco di eroismo!
Quanto spreco di sangue!
Sopportare la mortalità, e da soli!
Quanto sacrificio, e perché?
Se sapessimo che siamo uniti, non soli,
attaccati come i fiammiferi,
come gli opliti della falange
allacciati tra di loro
come i fili del tappeto tibetano,
attaccati come gli amanti
che non si possono sciogliere.
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!
Se sapessimo che siamo come l’idrogeno e l’ossigeno
– provati a scioglierli, se ci riesci!
Se sapessimo che siamo come tutti gli elementi
generati da un’unica stella,
se sapessimo che tutte le stelle
erano prima in un punto
tutte strette assiepate, fitte fitte
fino a contenersi tutte
nello spazio di un minuscolo punto!
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani