Francesca Serragnoli

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Ci vorrebbe proprio tutto
il tempo di cucire un bottone.
Quel fermarsi
in quel punto della camicia
su e giù con l’ago
e il filo lungo che va in alto e scende.
Quel andare al di là e tornare, basterà?

Il viaggio di una madre
il puntino luminoso della sua mano
che dal cielo scende
e sale un filo che fra le dita
sembra attraversare niente.

Io ti avevo stretto la mano
nella panca della chiesa dei Servi
sentivo che piangevi
non sapevo come ricucire
il fiore sdraiato del tuo respiro
con tutte quelle radici al vento.

Non mi lasciare nel traffico
nel buio sordo di un attimo
quando non ti volti più
e caschi fra i rami
come un tramonto colpito
nel petto da uno sparo
non lasciarmi andare sotto i portici
che non hanno braccia
non farmi credere che la piazza
sia più bella dei tuoi occhi
che i gradini siano le tue ginocchia.

 

da Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010)

Foto di Daniele Ferroni

Iosif Brodskij

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Procida

Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco una stella.

 

Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. it. Giovanni Buttafava

Paolo Volponi

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La vergine

 

I sassi bianchi
sono le tue spalle
gli alberi la tua statura;
è la tua gola che batte
se una rosa si muove
non vista nel giardino.

Dì pure al vento
di perdere il tuo canto
nella voce dei fossi,
al rosmarino
di chiudere i sentieri.

L’innocente starna
si leva alta sul bosco
e m’indica il tuo cammino.

 

da Poesie (Eianudi, 2001)

Hans Magnus Enzensberger

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Un moto d’affetto

Il mio nonno,
un uomo fortunato,
capiva poco della vita.
Ansava per la fame,
portava cappelli chic
e credeva sovente
di aver ragione.
Novantasettenne,
vide, incredulo
e per la prima volta,
l’interno di una clinica.
“Peccato”, borbottò,
“sol che avessi saputo
come sono carine
le giovani infermiere
intorno al letto,
che mani delicate,
mi sarei ammalato
prima, assai prima”,
qui contrasse la bocca,
girò gli occhi
verso il campanello, ed era morto.

 

Più leggeri dell’aria (Einaudi, 2001), trad. it. Anna Maria Carpi

Isabella Leardini

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In ogni corsa, ogni impennata della vita
mi sei mancato e mi manchi per anni.
Nell’uscire verso il bar delle mattine
tutte le mattine uguali dell’inverno
cercarti, come un gioco per sperare…
Ad ogni cambio di stagione, ad ogni svolta
degli occhi e dell’età non ti ho più perso…
Ti tengo per l’estate, quando salgo
nei miei golfi di buio e quando torno
di notte verso casa e fino a quando
non passo il punto esatto in cui le ruote
incrociano le mie con le tue strade,
finché c’è ancora modo di incontrarti
non è finito il giorno.

 

da La coinquilina scalza (La Vita Felice, 2004)

Alexandre O’Neill

Alexandre ONeill

 

Amico

Ci conosciamo da poco
inauguriamo la parola “amico”.

Amico è un sorriso
di bocca in bocca
uno sguardo pulito
una casa, anche modesta, che si offre
un cuore pronto a pulsare
nella nostra mano!

Amico (si ricordano, voi costì,
scrupolosi detriti?)
Amico è il contrario di nemico!

Amico è l’errore corretto,
non l’errore perseguitato, esplorato;
è la verità condivisa, praticata.

Amico è la solitudine sconfitta.

Amico è una grande impresa
un lavoro senza fine
uno spazio utile, un tempo fertile,
amico sarà una gran festa, lo è già.

 

da Portogallo, mio rimorso (Einaudi, 1966), trad. it. Joyce Lussu.

Sylvia Plath

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Suicidio presso Egg Rock

Alle sue spalle gli hotdog che si spaccavano gocciolanti
sulle griglie dei rivenditori, distese saline color ocra,
cisterne di gas, cataste di materiali – quel panorama
d’imperfezioni di cui le sue viscere erano parte –
ondulavano e pulsavano nella vitrea corrente ascensionale.
Il sole flagellava l’acqua come una condanna.
Non un pozzo d’ombra da strascinarsi dentro
e il suo cuore batteva l’antico tamburellare:
io sono, io sono, io sono. Ragazzini
gridavano lì dove si spezzavano i frangenti e si sfrangiavano
spruzzi strappati dal vento alla cresta dell’onda.
Un bastardo, azionando al galoppo le zampe,
costrinse in volo i gabbiano fuori dal recinto dei bambini.

Covava quella cosa, come se sordo, cieco
il suo corpo gettato sulla riva coi rifiuti del mare,
fosse per sempre solo una macchina per respirare e pulsare.
Mosche in fila dentro l’orbita di una morta raia
ronzavano e attaccavano l’arcata sede del cervello.

Ogni cosa s’allontanava ai raggi corrosivi
del sole tranne Egg Rock azzurra tra i rifiuti.
Mentre entrava nell’acqua udiva

l’incurante spumeggiare dei frangenti su quelle rocce.

 

La luna e il tasso (Via del Vento, 2011), trad. it. Pietra Mattei

Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

non ho potuto scegliere
niente nella vita
secondo la mia volontà
il mio sapere
le buone intenzioni

né una professione
un rifugio nella storia
un sistema che spiegasse tutto
né tante altre cose
perciò ho scelto i luoghi
tanti luoghi di sosta
– tende
– locande sulla strada
– asili per senzatetto
– foresterie
– notti sub Iove
– celle di conviventi
– pensioni in riva al mare

i veicoli
come tappeti volanti
di una fiaba orientale
mi trasportavano
da un luogo all’altro
assonnato
estasiato
tortmentato dalla bellezza del mondo

 

Poeti della malinconia (Donzelli, 2001)

Patrizia Cavalli

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Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei ventri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi assomigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po’ malfamate forse
ma sempre signorine.

 

da Le mie poesie non cambieranno il mondo (Einaudi, 1974)

 

Foto di Dino Ignani

Giovanni Raboni

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Città dall’alto

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta.
Dei signori e dei cani.
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino… e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imborcchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.

 

Tutte le poesie (Einaudi, 2014)