Maria Luz Albuja Bayas


Sfiorami con le tue ali per sapere che esisto
anche se non so di coordinate
ed ho perso i segnali che potrebbero essere il mondo

Sento il latte caldo a punto di schizzare dal mio petto
ma non posso vedere.
Non trovo gli orifizi che mi lascino scorgere la luce.

Intuisco il ventre abitato
a punto di ballare con la musica
che solo io sento dentro
ma non posso vedere.

Aspetto nella strada vuota
sotto lo sguardo omnisciente della città.

Sfiorami con le tue ali
con le tue mani allevia il mio fuoco
per sapere se ancora esisto.
Per sapere se per caso devo continuare ad aspettare.

 

*

 

Rózame con tus alas para saber que existo
aunque no sé de coordenadas
y he perdido las señales que podrían ser el mundo.

Siento la leche caliente a punto de saltarme del pecho
pero no puedo ver.
No encuentro los orificios que me permitan atisbar la luz.

Intuyo el vientre habitado
a punto de bailar con la música
que sólo yo escucho hacia adentro
pero no puedo ver.

Espero en la calle vacía
bajo la mirada omnisciente de la ciudad.

Rózame con tus alas
con tus manos alivia mi fuego
para saber si aún existo.
Para saber si acaso debo seguir esperando.

 

© Versione italiana di Antonio Nazzaro

Valerio Grutt


Non dimenticarti mai che sei viva
anche quando tramonta la stanza
e le voci si fanno lontane
anche quando il dolore ti copre
ti chiude la faccia e si blocca
il film dei figli, dei pochi amanti.
Tu non dimenticare mai che sei qui
dove non c’è morte
e lo spettacolo non lascia in pace.
Si moltiplica il sole
al di là dei monti, si aprono
nuove porte negli occhi degli incontri
e questo mio cuore batte solo
mentre si alza il tuo respiro.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Daniele Ferroni

Annarita Rendina


Vieni amore,
c’è un lago di sale senza fine
per le nostre ferite aperte e tufo
per ingessare i nostri baci e vento
per spaccarci le labbra e sgretolare
tanta bellezza che frana sul cuore.

Vedrai come tutto qui è bruciato
e crederai a un’estate perenne.
Imparerai allora a riconoscere la mia pelle
riarsa tra tutte le altre
e finalmente leggerai le macchie sparse,
banchi d’alghe scure alla deriva,
come la mappa dei miei luoghi,
cronistoria colorata
dei miei naufragi più riusciti.

Vieni,
chiudiamoci in una casa di mare
dov’è sempre vacanza
e la domenica odora
dell’umido di pietra bagnata
e di basilico appena colto.
Passeggeremo tra malinconie
malcelate, gioie sbraitate
e anche a te i pescatori insegneranno
mille nomi nuovi per un vecchio amore,
ti diranno del mare come un bambino
fa del fratello più grande:
misto di rancore ed urgenza che secca la gola
e fa più roca la voce.

 

Nasse (Interno Poesia, 2017)

Umberto Piersanti


La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

 

Nel tempo che precede (Einaudi, 2002)

© Foto di Dino Ignani

José Carlos Rosales

Las alas

Estarás tan cansado que te sientes ligero,
tan ligero
que ahora mismo podrías levantarte y volar:
ya no pesas, ya nunca pesarás lo que pesabas,
pesas tanto y tan poco
que el mundo te parece distante,
el cansancio también te parece distante,
se evaporó de pronto,
lo más pesado se evapora a veces
y ahora mismo podrías levantarte y volar:
no lo haces, no lo haces, y no
porque el peso de tu cuerpo o tu ánimo
pudieran impedirlo,
no lo haces
porque no hay ningún sitio
al que quieras volver,
un lugar perdido o ignorado,
el sitio donde puedas entrar y diluirte,
tumbarte con las alas plegadas,
esas alas gigantes que te impiden vivir,
alas imaginarias o fingidas,
las alas que no tienes,
invisibles o blancas,
pero estás muy cansado y no lo haces,
no lo harías, no lo quieres hacer,
si quisieras podrías levantarte y volar,
y alejarte del mundo, y morirte muy lejos,
si te quedas aquí
seguirás como hasta ahora,
tan cansado y tan vivo,
tan ligero y distante,
tan pesado,
tan solo.

 

Si quisieras podrías levantarte y volar (Bartleby Editores, 2017)

 

*

 

Le ali

Sarai così stanco che ti sentirai leggero,
così leggero
che anche ora potresti alzarti e volare:
non pesi più, non peserai più come prima,
pesi davvero così poco
che il mondo ti sembra lontano,
anche la stanchezza ti sembra lontana,
è evaporata all’improvviso,
ciò che pesa a volte evapora
e anche ora potresti alzarti e volare:
non lo fai, non lo fai, e non sono
il peso del tuo corpo o la tua volontà
a impedirtelo,
non lo fai
perché non c’è nessun posto
al quale vorresti tornare,
un luogo perduto o ignorato,
il posto dove potresti entrare e dissolverti,
sdraiarti con le ali piegate,
quelle ali giganti che ti impediscono di vivere,
ali immaginarie o finte,
le ali che non hai,
invisibili o bianche,
ma sei molto stanco e non lo fai,
non lo faresti, non vuoi farlo,
se volessi potresti alzarti e volare
e allontanarti dal mondo, e morire lontano,
se resti dove sei
sarai sempre come ora,
così stanco e così vivo,
così leggero e lontano,
così pesante,
così solo.

 

© Traduzione in italiano di Damiano Sinfonico

© Foto di Jesús García Latorre

Marina Cvetaeva


Affido questo libro al vento
e alle cicogne di passo.
Un tempo – gridando il distacco –
la voce ho spezzato.

Getto questo libro come una bottiglia
in mare, nel vortice delle battaglie.
Ché viaggi, come un cero votivo,
passando di mano in mano.

O vento, vento, mia fedele scolta,
ai miei cari riporta
come ogni notte in sogno io compia
la via che da Nord a Sud mi scorta.

 

Il Campo dei cigni (Nottetempo, 2017), a cura di Caterina Graziadei

Mario De Santis

“Come si dice l’incidente è chiuso”
(V. Majakovskij)

Li guardo i tuoi occhi che non fissano me, nella foto
sono il rovescio dello specchio e vanno larghi
da sciarre che ti frantumano, mortali, a tempo, all’anteriore,
del margine e di sale. Ora lo dici, che preferisci la terra bruciata
delle storie che ti tieni sepolta nel sangue
e non guardare che viene. Ma non vivere il tempo
è come farsi respirare. Qui si resta, dove accade che vai.
Non è lo stesso basamento, il molo di Napoli, o il punto del creato
a chiedere distanze, a misurare due pronomi di due lingue
straniere: era un giardino di città, spoglio tra viali e binari
dove abbiamo cercato qualcosa che invece non era morte.

Cercavamo le chiavi, tra i fazzoletti usati ed i condom
a chiudere uno nell’altro – era perfetto come sai;
la caserma Cernaia come la prigione, ma niente obbediva
ai suoi giorni, con noi sotto l’albero a notte, lenti passavano
i tram, lenta l’ombra che siamo di foto che nessuno vedrà
in cui nascondere così bene il groppo di buio
da dove cercavamo di tornare. E ridevamo, eccitati
ma abbiamo frainteso la vita – e non lo sapremo.
Andava giocata, anche da vinti, anche se ci aspettava divisi.

 

(Torino, settembre 2015)

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Cesarina Vighy


Per Alice che si sposa

Mia scontrosa, mia feroce colomba
qualche parola in questo giorno strano
di lacrime, di baci, di allegria,
questo giorno di nervi, di rimorsi.
La tua teatrale madre che ti teme,
che sbaglia le misure dell’amore
come ha sbagliato il suo vestito nuovo,
vuole, vorrebbe, avrebbe voluto
per una volta almeno non mancare
l’appuntamento con te, con il tuo cuore.
Ma è sempre (luogo comune, luogo di
verità) troppo presto o troppo tardi.
Accetta allora un dono di speranza:
mia selvatica rosa, sii felice.

(1994)

 

L’ultima estate e altri scritti (Fazi, 2017)

 

Ilaria Caffio


Quando mi tenevi ferita
infinita debitrice nella lirica minore
scalza danzatrice smaniosa come sai
mi facevi piaga del tuo cordone
somma altissima di un massacro a cielo aperto
e all’ultima indulgenza
nei recinti solitari
altissima gratitudine.
Il baratto è resa d’amore
guerra con la clava delle parole-
in tutta la mia composizione
in tutta la mia creazione
scucita in cenere
venivo al mondo dal tuo grano
verticale balbettavo dal guscio il tuo nome
la materica fonte
che a sud in luce sommerge il mio dire.

 

Congiungimento (Spagine, 2017)

Osip Mandel’štam


1

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

 

*

 

11

E dallo spazio esco nel giardino
incolto delle grandezze,
strappo l’immaginaria costanza,
l’autoconsenso delle cause.

E il tuo manuale, infinità, io leggo
da solo, lontano dagli uomini:
selvaggio erbario senza foglie,
libro di problemi delle radici enormi.

 

Quasi leggera morte (Adelphi, 2017), a cura di Serena Vitale