Giovanna Rosadini

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L’approdo

Per P.

C’è una strana quiete
mentre mangiamo pollo e arance –
nella casa vuota il silenzio
è una presenza lieve.
Mi guardo le mani separare
gli spicchi mentre siedi,
assorto e complice, sotto
la mensola delle spezie.
Il mondo è sibilato fuori
come l’ossigeno residuo in una navicella
spaziale, siamo quasi in apnea,
irreali quanto la propria voce ascoltata
in registrazione, o un corpo
sospeso in assenza di gravità.
Uno spigolo di luce nella stanza
che ci ha avuti, le ombre dei gesti
compiuti come un’eco nell’aria,
nella penombra del pomeriggio
che svapora lento.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© Foto di Dino Ignani

 

Sergio Corazzini

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vania
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

 

Poesie (BUR, 2012)

Ivonne Mussoni

mussoni
Mi è sembrato di vederti
quella volta che il vento ha alzato
come una risata le tende della casa,
pareva la tua mano a fare luce
ma tu torni sempre e non rimani,
non sai nasconderti e giocare
dire che no, non sei mai uscito dalla porta.

Non è tuo il respiro della gente
ch’è felice, quel rumore di stoviglie
di vino nei bicchieri.
Il tuo è una ciurma che ride in mare aperto,
da quel punto il vento fa dolore,
fa dolore il cielo come una colpa che spaventa
a dire che questo, anche questo essere soli
è sostanza universale.
E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato all’abisso delle facce stanche.

Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici.

 

© Inedito di Ivonne Mussoni

Billy Corgan

CORGAN

Tutte le strade

Raccogli per me una manciata di stelle
Sparse dai tuoi occhi
Per attirare minuscoli sospiri

Se tutte le strade dovessero scomparire tranne una
Allora abbandonami nel sonno

Queste ore passate alla finestra
A suonare musica priva di autunno
La scrittura della luce
Si muove sempre così lievemente
Ovunque oggi mi sieda

Le mie mani attraversano il vetro
E i sogni attraversano te
Qualunque cosa passi per sorte
Passerà anche per verità

Possa io cadere
Possa io gridare
Possa io trovarti

 

Pugni e battiti di ciglia (Arcana, 2005), trad. it. C. Nubile

Edmond Jabès

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’albero volante

Nei boschi ci sono alberi:
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.

 

Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti (Manni, 2002), trad. it. C. Agostini

Claudio Damiani

claudio-damiani

Era da poco morta mia madre che vidi un ragnetto sul vetro di una finestra, camminava piano tutto solo e tranquillo e ho pensato che anche lui avrebbe avuto la sua morte come mia madre, e che ognuno ha una sua specifica e speciale morte, come la nascita e come tutta la vita. E poi ho pensato (ma devi partire dal fatto che esistono numeri molto piccoli, tu non mi chiedere ora quanto piccoli, ma così come riesci a pensare a un numero che per scriverlo ti serve uno spazio da qui alla luna, così puoi pensare a un numero talmente piccolo che abbisogni dello stesso spazio per scrivere tanti zeri)… e così insomma riprendendo il discorso ho pensato che niente è niente, ma tutti che sono stati non sono stati invano, tutti, per quanto piccoli, hanno messo qualcosa, anche se l’universo fosse infinito, lo stesso ognuno metterebbe una goccia che fa traboccare il vaso (infatti se tu all’oceano aggiungi una goccia, l’oceano non è più lo stesso). Ora tu dirai: com’è che alcuni mettono tantissimo? Non è una sproporzione?
No, perché quelli che mettono tanto mettono qualcosa che c’è già, non inventano, scoprono. La Passione secondo Matteo di Bach e E=mc2 sono già in natura. Se un extraterrestre potesse ascoltare Bach, sarebbe per lui un miracolo di bellezza. Starebbe anche lui camminando tutto solo su un vetro, e gli apparirebbe questa musica.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Giovanni Raboni

raboni

Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora

d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele

degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto

scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.

 

 

da Quare tristis (Mondadori, 1998)

© Foto di Carla Cerati

Massimo Gezzi

gezzi

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

 

Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Cees Nooteboom

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Nome, cognome, corpo,
a questo si aggrappa, spirito, anima, persona,
il mai calcolabile nucleo
dell’autore, dell’artefice
in una fuggevole vita,
fluente, multiforme,

farfalla e falco, affermazione
e confutazione, pensieri
pronunciati, ma meglio ancora scritti,
vita che scorre come un fiume,
cervi e anatre lungo le rive,
mai da solo,

chiese, castelli in lontananza,
una prigione, un chiostro,
potentia maxima,
confessionale e tavolo da gioco,
in questo labirinto
di tutto il possibile, tra bollettini di borsa
e fossati, bar sotto casa, terra di nessuno,
si muove il poeta,
prova tra i muri del destino
l’esito dei dadi,

l’uno o il sei, miele o cenere,
recitativo o aria,
prova acqua o sasso,
vincita o perdita, cardi o gigli,
con l’orizzonte sempre piú vicino,
una vita
piena di inni
che ancora
non ha il sapore
della somma.

 

Luce ovunque (2012-1964) – Einaudi, 2016, trad. it. F. Ferrari

Eliza Macadan

 

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Nina in cenere
torna a casa
per unirsi all’amore del padre e dell’unico uomo che l’abbia amata
Nina in cenere torna nella culla
per stare vicino a tutti quelli che hanno fatto l’amore con lei
ma non l’hanno mai amata
Nina in cenere
torna in questo paese dove ha amato tutti fino allo stremo
e dove tutti l’hanno odiata fino alla morte
Scrivono ora ode i pigmei pesanti di terra con lingue-rettili-feroci
e dicono quant’è pesante la perdita.
Nina in cenere
torna qui per volare col vento di questo tempo
che ci sopporta a malapena
Nina in cenere torna al sud
dove solo da morti si può vivere

 

Passi passati (Joker, 2016)

Maria Grazia Calandrone

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mentre mi abbandonavi
la volpe
faceva la sua tana
nel calco della bella testa pensante
sul cuscino
immobile

un odore selvatico di bestia
si mescolava
all’odore domestico dei tuoi capelli

una forma fulva
inaddomesticabile nidificava
nel nero assoluto dei tuoi capelli

addomesticami
dicevi
addomesticami

mentre mi abbandonavi
la bestia abbandonava il suo peso invernale
dov’è colato il miele
dell’ultimo bacio

intorno, tutto il giardino
si rinnovava
e gli uccelli beccavano i frutti in abbandono

eccomi. sono tornata
in luogo della bestia

per tenere pulita la casa
della gioia

 

21 luglio 2015

 

© Inedito da Giardino della gioia

© Foto di Dino Ignani

Franco Fortini

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La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E “Tu chi sei”, mi dicono, “Tutto è inutile sempre”,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Gian Mario Villalta

villalta

Il pensiero di te, che ha origine
in me stesso, viene da altrove,
suppongo, e lontano, per questo mi chiama,
o è come se lo facesse,
e spesso sorprende la mente
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa
nel riflesso che rigira il presente.

Rigira l’origine, il pensiero,
e quando arriva ci trova già
rivoltati verso il futuro, in fuga
da noi stessi, pieni di desiderio
di essere stati: “Celeste
è questa
…” …facoltà, che hanno gli umani
di rivivere rimorire
lontani, celeste
è il colore del cielo,
a volte, quel colore inventato da noi
umani, forse da uno rimasto solo
e nel pensiero vicino all’amore
come vicino all’amore nessuno.

 

Telepatia (LietoColle, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Anna Salvini

anna salvini interno poesia

Miracoli

Ti lascio abitare ogni angolo
della casa, far parte
di un quadro, scegliere
il film

il vaso dei fiori però
riempilo
ogni volta che puoi

l’odore sugli abiti lo tengo
stretto, lo stomaco anche
quando siedi con me
sul divano

sono piccoli miracoli le isole
che fa la vita, questo adagiarsi
di polvere e sole
che veste gli spazi, impregna
ogni singola fibra
ma non ci contiene del tutto

e non dico di te
perché sei solo tu
soltanto
la radice
che lega le lingue
tu solo conosci il nome
di tutte le stanze, il ritrarsi
del lago quando fa notte

io faccio
come se niente fosse

come la pioggia
del mio starti accanto.

 

© Inedito di Anna Salvini

© foto di Marco Rodolfo

Paul Éluard

eluard

Je t’aime

Je t’aime pour toutes les femmes que je n’ai pas connues
Je t’aime pour tous les temps où je n’ai pas vécu
Pour l’odeur du grand large et l’odeur du pain chaud
Pour la neige qui fond pour les premières fleurs
Pour les animaux purs que l’homme n’effraie pas
Je t’aime pour aimer
Je t’aime pour toutes les femmes que je n’aime pas

Qui me reflète sinon toi-même je me vois si peu
Sans toi je ne vois rien qu’une étendue déserte
Entre autrefois et aujourd’hui
Il y a eu toutes ces morts que j’ai franchies sur de la paille
Je n’ai pas pu percer le mur de mon miroir
Il m’a fallu apprendre mot par mot la vie
Comme on oublie

Je t’aime pour ta sagesse qui n’est pas la mienne
Pour la santé
Je t’aime contre tout ce qui n’est qu’illusion
Pour ce cœur immortel que je ne détiens pas
Tu crois être le doute et tu n’es que raison
Tu es le grand soleil qui me monte à la tête
Quand je suis sûr de moi.

 

*

 

T’amo

T’amo per tutte le donne che non ho conosciuto
T’amo per tutte le stagioni che non ho vissuto
Per l’odore d’altomare e l’odore del pane fresco
Per la neve che si scioglie per i primi fiori
Per gli animali puri che l’uomo non spaventa
T’amo per amare
T’amo per tutte le donne che non amo

Sei tu stessa a riflettermi io mi vedo cosí poco
Senza di te non vedo che un deserto
Tra il passato e il presente
Ci sono state tutte queste morti superate senza far rumore
Non ho potuto rompere il muro del mio specchio
Ho dovuto imparare parola per parola la vita
Come si dimentica

T’amo per la tua saggezza che non è la mia
Per la salute
T’amo contro tutto quello che ci illude
Per questo cuore immortale che io non posseggo
Tu credi di essere il dubbio e non sei che ragione
Tu sei il sole forte che mi inebria
Quando sono sicuro di me.

 

Ultime poesie d’amore (Passigli, 2001), a cura di V. Accame

Clara Janés

Ed ecco l’acqua.
I miei due custodi
percorrono la riva.
I loro occhi accolgono
la saggezza di colui
che ignora il tempo.
E io discosto
la linea dell’orizzonte
e mi rafforzo
nell’immobilità.
Attraverso l’adesso
con la lancia
della mia stessa assenza:
voglio smettere d’essere,
o esser solo riposo,
abbandono
al vuoto dell’anima
che a nulla aspira,
neanche all’attesa
che non attende.

 

Pellegrinaggio (Passigli, 2016), a cura di V. Nardoni

Dario Bellezza

bellezza ignani

Scaricato alla stazione di Martina Franca
fra trulli autunnali e polverosi fichi d’India
riversi sul suolo arso di mia Puglia materna –
abbandonato alle fredde rotaie di un treno per Bari
livido di una rabbia mattutina
ho pregato il Dio feroce degli esuli

L’esilio comincia dove finisce la terra
sacra degli amanti perpetui oltre la morte
dove il cuore impazzito sale le scale della sorte

Dio della velocità ferma dell’attimo fuggente
rapiscimi in una notte senza fondo
dove l’addio consumato fra pallide lenzuola
nasconda l’ulteriore figlio sconsacrato.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2015)

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

de santis

tú cantas consuelo, tú cantas esperanza,
tú cantas rimedio.

(Gabriella Ferri)

 

A volere inventare partenze ora saremmo
lontani, come in un bicchiere di vino
vuoto sopravvive alla perfezione del brindisi.
In un chiodo di luce pixel abita la fine dei tuoi occhi,
a milioni. Nuotare invece in una goccia, trascendere
il rosso; da lì cade il tuo labbro che si volta
non su chi resta, al contrario – non io,
né dove sarei se non fossi con te che mi fissi
diretta ad un fondo, alla sete, agli orari, oltre me.

Non genera tempo la resa all’oggi che dichiari, non ne risponde:
c’è il fiato immobile di un parco di notte, la chiave persa
di una stanza d’hotel. E così non puoi vedermi né sapere
della partenza e di una direzione, né del ragno
sparito che attraversava il lenzuolo, la vernice
che cade, il futuro cliente, il binario – di domani, a quest’ora.
Ci siamo già detti quel che solo tu sapevi, ma ora è possibile
che questa lingua curva di una mattina nessuno più
la intenda, l’idioma nuovo solo di due stava su di noi.
Stava in quadro, in canale, nell’erba da nascere
Nella stagione, che si ripete e ricade
in altri silenzi e in altre sorti, senza di noi.
Eppure ne sarà il rimedio, perché dura. E tuttavia
se non fosse, c’è stato il volto dilatato da un ricordo
nel respiro, ci saranno occhi su cui riposano le pietre
del miracolo, in cui non abbiamo mai creduto.

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Pasquale Del Giudice

del giudice
Inventario 3.0.

Omessa la biografia, dimesso il tempo
la terza notte d’Aprile
abbandona il diario
per l’immaginario, muove le acque
con la forza della penna, l’ordine del paesaggio
aumenta il mondo, rimette
una sfera al mondo, ha una nuvola
e una mela sullo scrittoio

puerile e onnipotente, convoca
le particelle, combina
le sillabe, tornando a capo, al primo giorno
trauma dell’inizio, ritmo e sisma
d’ogni capoverso, vincolo e debito della parola

riga dopo riga, linea
su linea, raggiunge il creato
divide, giura, giocandosi la vita
il poco della sua storia
nella vita, per la vita, sua vita
mia vita, mia poesia, tua poesia

tutti i ciottoli, le cellule
vogliono moltiplicarsi, diffondersi nella scrittura
anche il limone, le biro fanno cenno
i muschi, i reperti, i rifiuti
sgomitano, si muovono per rientrare
nella pagina, espandere l’organismo
la sinfonia delle lettere, il quadernetto delle note.

 

Difetto di coincidenza (Poesia 2.0, 2016)

Julio Cortazàr

cortazar
Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti