Carlos de Oliveira

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Chiave

Se questa pellicola di vetro
aderisce alla pelle della pietra; se alcun
vento verrà.

Ne controlla lo splendore; martella,
ferisce: un suono di ferro
all’esterno; dentro
un’altra testura più spessa. Posa
come una vernice poi l’aria
soave la sua
lacca sullo smalto fratturato.

E allora si leva.
Minuziosamente. Si è alzato
l’alone
delle colline; la lenta bellezza
lievitata in ogni granello
di pietra. Irradiando le lance
che il brillio del vento
ha restituito alla luce; nel cerchio
più spesso dell’aria.

Girare la chiave della poesia
e chiuderci nel suo fulgore
al di sopra della valle glaciale. Rileggere
il freddo ricordato.

 

Rivista “Poesia”. Mensile internazionale di cultura poetica (N. 324, Marzo 2017) trad. it. G. Lanciani

Matteo Fantuzzi

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Lettera a Enrico

Caro Enrico, spero tu stia bene.
Qua le cose vanno fino a un certo punto
e poi si fermano. Tu non crederesti a quello
che è accaduto in questi giorni
e non ti parlo solo del partito, le cose
non si sono ricucite ovunque, qua si cambia
per non cambiare niente e nelle stanze buie
se ne stanno ancora tutti quanti.
Io non so che dirti Enrico
non sappiamo nulla delle stragi dopo così tanti anni
che si perdono nella memoria luoghi, eventi,
fatti: e tutto vale quanto il suo contrario
ci accontentiamo di mangiare giorno dopo giorno
le bucce che ci scendono dal tavolo per terra
e che si sporcano di polvere. Enrico adesso
non si crede e basta, si pensa solo a respirare
a pelo d’acqua salendo sopra gli altri morti,
s’infierisce sopra i corpi senza compassione, senza pianto.
Enrico spero che a te almeno tutto vada meglio,
spero tu non soffra, spero tu non sappia perché credo
non vivresti come non facciamo noi nel quotidiano.
Ti saluto come con un padre e un fratello
assieme, con l’affetto di chi non si conosce
eppure ti cammina accanto. Salutami Pier Paolo.

 

Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista negli anni delle contestazioni e delle stragi, morto a Padova l’11 Giugno 1984 dopo essere stato colpito quattro giorni prima da un ictus durante un comizio che comunque volle portare a termine. Al suo funerale parteciparono un milione di persone, quasi tutte con l’Unità sotto braccio.

 

La stazione di Bologna (Feltrinelli, 2017)

© Foto di Daniele Ferroni

Claudio Damiani

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Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?

– Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?
– Mah, io sono un artigiano, lavoro. Vede io lavoro, non faccio altro che lavorare. La mattina mi alzo, e giù a lavorare. Vado avanti come un treno. Se mi fermassi, sarei come un treno fermo nella campagna. Potrei stare fermo un poco, ma ogni momento che passa è sempre più imbarazzante…
– Ma lei, per fare queste scarpe così belle, ha sicuramente capito qualcosa del mondo, e chi siamo noi, e perché siamo qui. Ce lo dica, la prego, ce lo dica.
– Mah vede, io non ho capito un bel niente. Io semplicemente lavoro. Gliel’ho già detto: mi alzo la mattina, e lavoro. Se mi fermassi, gliel’ho detto, sarebbe imbarazzante…

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

Alberto Nessi

Alberto Nessi
Sui treni svizzeri

a Christian
che compie sessant’anni

 

Sui treni svizzeri le donne ricamano
scalano punti, con l’uncinetto trapassano
– arrotolato il filo intorno all’indice –
i mali del mondo nella zona silenzio.
Ce n’è una davvero troppo grassa
tutta vestita di rosso anche i capelli, lavora
a un giubbetto così piccolo che pare
destinato a un neonato, ma lei
non ha l’aria da puerpera, lei è
mater matuta di tutte le campagne
– bianchi ciliegi, meli rosa, gru
tra il tarasacco vacche senza fretta
prati che più verdi non ce n’è.
Un’altra uncina un cappellino
nero con ghirlande bianche a onde
forse buono per uno gnomo dei boschi,
con dita sottili s’accanisce come becchi
d’upupa; poi addenta una mela
mentre qui davanti questa bambina
dà la scalata al Cervino, fa cucù
a suo papà e il sabato mattina
pare allentare i fili della vita.

 

Un sabato senza dolore (Interlinea, 2016)

Verusca Costenaro

verusca

Salvezze

Ci siamo fatti sordi alle lapidazioni, alle ragioni degli oppressi.
Ovunque ci nascondiamo, tra fessure d’indecenza o
in un pugno,
le madri ci cercano sgranando rosari, i padri attendono
in usci di cemento, succhiando sigari e contando i giorni.
Avere la costanza del treno regionale
che parte
alla stessa ora, negli occhi la carezza del ricordo,
non sempre aiuta a mantenersi retti
in una sola direzione.
Siamo fatti di solchi e rovi e la paura non nutre
il nido: lo sfiora lo smembra lo preme
piano su pelle lama di spada.
Lo snoda e non sa il sangue che ne sgorga.
La salvezza ce la litighiamo all’alba tra le coperte, abbiamo cieli e
terrori nella testa, memorie rafferme sulle mani. L’orizzonte non ci contiene, ci taglia.

Lo hai mai chiesto al cecchino dove ama nascondersi prima di colpire?

 

© Inedito di Verusca Costenaro

Billy Collins

Collins

Congedo

Esci, libretto,
da questa casa e vai per il mondo,

carrozza di carta che procedi per la città
trasportando un solo passeggero
fuori dalla portata di questa penna tremolante,
lontano dalla scrivania e dalla sua lampada inquisitoria.

È tempo di levare le tende,
mettersi addosso una copertina e avventurarsi là fuori,
è tempo che altri occhi ti guardino
che, così rilegato, mani straniere ti stringano.

E allora andate, infanti della mente,
con un saluto e qualche piccolo paterno consiglio:

state fuori fino e quando vi pare,
non preoccupatevi di scrivere o chiamare,
e parlate a quanti più sconosciuti potete.

 
Balistica (Fazi, 2011), a cura di F. Nasi

Derek Walcott

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Archipelagoes

At the end of this sentence, rain will begin.
At the rain’s edge, a sail.

Slowly the sail will lose sight of islands;
into a mist will go the belief in harbours
of an entire race.

The ten-years war is finished.
Helen’s hair, a grey cloud.
Troy, a white ashpit
by the drizzling sea

The drizzle tighten like the strings of a harp.
A man with clouded eyes picks up the rain
and plucks the first line of the Odyssey.

 

*

 

Arcipelaghi

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia, una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.

 

Mappa del nuovo mondo (Adelphi, 1992), trad. it. B. Bianchi, G. Forti, R. Mussapi

Tiziano Fratus

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Nido per animi leggeri

Quanto sai essere leggera,
quando il vento passa fra i tuoi capelli di creta.
Fai pulizia, fra le foglie e i ramoscelli.
L’ordine ha valore di rinascita, mi ripeti.
Le uova non sono ancora state deposte,
ma le aspetti, a giorni, non appena
i ciliegi saranno in fiore.
Le rondini non sono rincasate, le opportuniste.
Allunghiamo lo sguardo a mezzogiorno,
socchiudi le palpebre e annusi l’aria,
con la punta del naso ci tocchiamo e sorridiamo.
Siamo noi i prossimi animali che avranno le ali, prometti.
Non è che le parole si regalino senza nulla in cambio.
Ogni minimo pensiero ha un costo in ore-sonno.
Coltivare la visione pretende acqua fresca, di sorgente.
Le radici scavano e scavano,
nel mare secco della terra,
di fronte alle mura di Troia.

 

Vergine dei nidi. Poesie creaturali (Feltrinelli, 2017)

Franco Fortini

Fortini

Lettera

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
come vincerà me, che ti somiglio.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato
padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

il tuo figliolo ancora trema del tuo tremore
come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

pallido tra le urla buie del rabbino contorto
perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio ed ora insieme ai compagni
cerca le strade bianche di Galilea.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Raymond Carver

RaymondCarver interno poesia
Photograph of My Father in His Twenty-Second Year

October. Here in this dank, unfamiliar kitchen
I study my father’s embarrassed young man’s face.
Sheepish grin, he holds in one hand a string
of spiny yellow perch, in the other
a bottle of Carlsbad Beer.

In jeans and denim shirt, he leans
against the front fender of a 1934 Ford.
He would like to pose bluff and hearty for his posterity,
Wear his old hat cocked over his ear.
All his life my father wanted to be bold.

But the eyes give him away, and the hands
that limply offer the string of dead perch
and the bottle of beer. Father, I love you,
yet how can I say thank you, I who can’t hold my liquor either,
and don’t even know the places to fish?

 

*

 

Fotografia di mio padre a ventidue anni

Ottobre. In quest’umida cucina sconosciuta
studio il giovane viso imbarazzato di mio padre.
Con un sorriso mansueto, tiene in mano un filo
di persici gialli e spinosi, nell’altra
una bottiglia di birra Carlsbad.

In jeans e maglietta, si appoggia
al paraurti di una Ford del ’34.
Ai posteri vorrebbe apparire cordiale e sincero,
porta il vecchio cappello alzato sull’orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere spavaldo.

Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che molli ci offrono il filo dei pesci morti
e la bottiglia di birra. Papà, ti voglio bene,
ma come faccio a dirti grazie, io che, come te, non reggo l’alcool,
e non saprei neppure dove andare a pescare?

 

© Traduzione inedita di Andrea Sirotti