Ezra Pound


The garret

Come, let us pity those who are better off than we are.
Come, my friend, and remember
that the rich have butlers and no friends,
And we have friends and no butlers.
Come, let us pity the married and the unmarried.

Dawn enters with little feet
like a gilded Pavlova
And I am near my desire.
Nor has life in it aught better
Than this hour of clear coolness
the hour of waking together.

 

*

 

Soffitta

Vieni, compiangiamoli quelli che stanno meglio di noi.
Vieni, amica, e ricorda
che i ricchi han maggiordomi e non amici,
e noi abbiamo amici e non maggiordomi.
Vieni, compiangiamo gli sposati e i non sposati.

L’aurora entra a passettini
come una dorata Pavlova,
e io son presso al mio desiderio.
Né ha la vita in sé qualcosa di migliore
che quest’ora di chiara freschezza,
l’ora di svegliarsi in amore.

 

I cantos (Mondadori, 1985), a cura di M. De Rachewiltz

Elio Pagliarani

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen
e da quella ondulatoria del principe di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita

Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a Roosevelt «Caro presidente, facciamola
l’atomica sennò i nazi» l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B
se il microggetto in sé è in conoscibile
se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi

con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milioni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto ruchetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

 

Lezione di fisica e fecaloro (Feltrinelli, 1968)

© foto di Dino Ignani

Giovanni Giudici

giudici

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Jaan Kaplinski

kaplinski

The centre of the world is here, in Manchester.
I carry it with me
as we all do. The centre of the world
pierces me, the way a pin
pierces the body of an insect.
The centre of the world
is the pain.

 

*

 

Il centro del mondo è qui, a Manchester.
Lo porto con me
come noi tutti. Il centro del mondo
mi trafigge, come uno spillo
trafigge il corpo di un insetto.
Il centro del mondo
è il dolore.

 

 

© trad. it. R. Marzano

Miroslav Krleža


Il mughetto rosa ha un profumo delicato

Il mughetto rosa
ha un profumo delicato,
sulla forca dondoleremo tutti
lentamente.

Ehi, ahi, è arrivata la fine,
per noi maggio non avrà più il suo profumo!

Latrava per tutta la notte quel cane furioso,
per tutta la notte il becchino ha lavorato di pialla.

C’innaffieranno la tomba di piscio,
e sulle viscere nostre getteranno concime di cane a palate.

Il mughetto bianco profuma di morte,
nessuno è tornato vivo dalla forca.

Ehi, ahi, fiorisca pur maggio,
mai da quell’inferno
faremo ritorno.

 

Le ballate di petrica kerempuh (Einaudi, 2007), a cura di S. Ferrari

© Leonard Lesic Artwork

Claudio Damiani

claudio-damiani
Altri attraversano l’oceano in solitaria
su piccole barche, altri volano su parapendii
o si gettano con paracadute da altezze stratosferiche,
io sono contento dei boschi del Soratte
davanti casa, e del Lucretile amato
dove un lupo incontrò Orazio e evitò di assalirlo,
ciò che mi è caro è camminare fra gli alberi
e sentire le loro voci e esser visto da loro
e salutato, e non mi è caro dirlo
ai quattro venti, ma tenermelo per me,
quando, seduti a un tavolo, ognuno narra i suoi viaggi
in terre esotiche, m’è caro tacere
tuttalpiù riferire che io quasi
non mi sono mai allontanato dalla mia terra,
l’ho camminata in lungo e in largo
e ogni giorno m’è nuova
ogni giorno mi sembra di non conoscerla,
di non amarla abbastanza.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© foto di Dino Ignani

Fernanda Romagnoli

Fernanda_Romagnoli
Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

 

Il tredicesimo inviato e altre poesie (Libri Scheiwiller, 2003)

Giuseppe Grattacaso

grattacaso interno poesia
Rosetta e la cometa

L’ha inseguita dieci anni, poi la sonda
Rosetta ha raggiunto la cometa.
Ora le gira intorno: una è squalo
che punta verso il sole e non lo teme,
l’altra remora, pesce parassita,
mangia gli avanzi, le briciole del pasto.
Raccoglie polveri, rifiuti di materia,
lo scarto del passato che rimane
nelle ossa e nelle vene al pescecane,
che scioglie l’ampia coda di brillanti
filamenti in corsa siderale
e continua ad andare passo a passo
verso il futuro in orbita perenne,
il muso taglia l’aria, con le pinne
trascina ora Rosetta che la insegue,
perdute entrambe, pronte ad annegare
in pieno sole, sono già la storia
di uno squalo, del vecchio e del suo mare.

 

© Inedito di Giuseppe Grattacaso

Seamus Heaney

seamush
The Milk Factory

Scuts of froth swirled from the discharge pipe.
We halted on the other bank and watched
A milky water run from the pierced side
Of milk itself, the crock of its substance spilt
Across white limbo floors where shift-workers
Waded round the clock, and the factory
Kept its distance like a bright-decked star ship.

There we go, soft-eyed calves of the dew,
Astonished and assumed into florescence.

 

*

 

La centrale del latte

Code di schiuma sgorgavano dal condotto di scarico.
Ci siamo fermati sull’altro lato per guardare
Un’acqua lattea scorrere da un fianco perforato
Del latte stesso, il vaso della sua sostanza versato
Sul limbo bianco dei pavimenti dove i turnisti
Si muovevano a guado giorno e notte, e la centrale
Si teneva a distanza come un’astronave dai ponti lucenti.

E siamo qui, vitelli rugiadosi dai dolci occhi,
Attoniti e assunti dentro la fluorescenza.

 

La lanterna di biancospino (Guanda, 2015) a cura di F. Romana Paci

Juan Arabia

juan_arabia
Noche de Beddoes

Como un enorme pájaro que se interpone
entre el sol y la especie,
llega la antigua noche
con su ojo nublado
y sus heladas de cangrejo.

La misma noche de Caedmon,
en la que los fugitivos tuvieron descanso.
La misma noche de Blake,
en la que lobos y tigres aullaron
esperando encontrar su destino.

Cae con una vista cegadora.
Cae sobre los hombres salvajes
que cantaron y bailaron sobre
la bahía verde, las costas de su camino.

La misma noche de Whitman,
en la que describió las pálidas
caras de los marginados.
La misma noche de Beddoes,
que lanzó sobre el mundo su plumaje de niebla.

 

*


Notte di Beddoes

Come un enorme Uccello che s’interpone
tra il sole e la specie,
arriva l’antica notte
con il suo occhio rannuvolato
e le sue gelate di granchio.

La stessa notte di Caedmon,
in cui i fuggitivi trovarono riposo.
La stessa notte di Blake,
in cui i lupi e le tigri ulularono
sperando d’incontrare il loro destino.

Cade con una vista accecante.
cade sugli uomini selvaggi
che cantarono e ballarono sulla
baia verde, le coste del loro andare.

La stessa notte di Whitman,
in cui descrisse le pallide
facce degli emarginati.
La stessa notte di Beddoes
che lanciò sul mondo il suo piumaggio di nebbia.

 

© Inedito di Juan Arabia

© Traduzione italiana di Antonio Nazzaro