Joyce Mansour


Non dire mai il suo sogno
A chi non ti ama
L’orecchio ostile è asciutto
La bocca una calunnia amara
L’odio vomita la sabbia della clessidra
Più veloce sempre più veloce
La notte tradita abortisce
Una passione già trascorsa
E la paura non fa che aumentare
La rabbia del caimano
La vita del cancro
Sotterrate i sogni nelle borse sotto gli occhi
Saranno al riparo dall’invidia
Saranno al riparo dalle massime
Che dicono chiacchieroni gli africani
E saggi tutti quanti i vecchi

 

Blu come il deserto – Antologia poetica 1953-1986 (Terra d’ulivi Edizioni, 2017) trad. it. M. Conti

Dorothy Parker


Sintomi

Non sopporto il mio stato mentale:
sono scontenta, garrula, asociale.
Odio i miei piedi, odio le mie mani,
non m’interessano lidi lontani.
Temo il mattino, la luce del giorno;
odio, la notte, al letto far ritorno.
Maldico chi agisce onestamente
non tollero lo scherzo più innocente.
Non mi appagano un quadro, una lettura:
per me il mondo è soltanto spazzatura.
Sono cinica, vuota, scombinata.
Non so come non mi abbiano arrestata
per quel che penso. I vecchi sogni andati,
l’anima a pezzi, i sensi torturati.
Non mi è chiaro nemmeno come sto
ma certo non mi piaccio neanche un po’.
E litigo, cavillo, gemendo di paura:
penso alla morte, alla mia sepoltura.
L’idea di un uomo mi lascia sconvolta…
Sto per innamorarmi un’altra volta.

 

 

© Rivista Poesia (N. 302, marzo 2015), trad. it. Silvio Raffo

Valerio Grutt


I miei amici sono gente strana
e non li vedo tanto spesso
visitano il giorno come iguane
e la notte dimenticano
dove hanno parcheggiato.
Fanno lavori che non si capiscono
hanno sempre il telefono scarico
e negli occhi gli occhi
di quando costruivano case
con i cuscini del divano.

Per riconoscerci apriamo conchiglie
che fanno un lampo,
ce le ritroviamo in tasca senza saperlo.

I miei amici ridono come l’acqua
e hanno rotto mille vite per arrivare qui
hanno svitato la spirale delle galassie
bevuto birra con gli angeli
e dicono è stato un caso.
Io invece so che sono venuti
a svuotare i depositi dal pianto
a mostrare un cuore che canta
oltre i balconi del sonno.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© foto di Dino Ignani

Emilio Villa

Prendi la rocca e il fuso e andiamo in California…

…A nivale di nebbie dei re longobardi,
si partiva per le cene, con le torce,
coi letti arrugginiti, sulle spalle,
a fare una pasqua, per i morti,
senza fine. Poi tramontava il giùbilo
di pentecoste, a picco
sopra il torrente del mio paese, o giovane Strona:
grigia, quanto la tunica dei giorni:
le donne ci hanno vigilato
han volto, a capo in giù, le sacre torce.
Solo, tre becchi di lampada, a petrolio,
ancora rischiaravano gli àzimi,
che si doveva trangugiare nelle albe
del bene (e del male), sulle strade.
Ho preso, un giorno, lo stallo
nel coro, o cicale!, dei miei simboli benedetti:
dove a scorze d’alberi, mangiati dalla folgore,
le foglie fuggite cantavano le antifone:
“Alza ferro contro il tuo petto!
perché si sappia, fin dall’inverno,
se tu sei arido o fertile: e chi ti salverà dai gesti futuri?”
“Non mettere il tuo cuore sulla vigna di Sirtori o di Somma,
sulla vigna d’Appiano o di Missaglia:
perché il vendemmiatore bagna il pane
dentro la secchia dell’aceto”.
“Colui che implora, a ogni mattino,
la sapienza dagli àcini dell’uva,
saprà incendiar tutte le vigne
nel giorno dell’addio…”.

 

L’opera poetica (L’orma, 2014)

Emanuela Rizzuto


La spiaggia è più nera questa notte.
Non vedo le girandole né il mare
penso a quando non potevamo farci male, dicevamo
« Solo la morte può cambiare le cose »
e invece potevamo anche noi.
Ti accarezzerei coi nostri ricordi più belli
diventati tristi come il lamento delle onde
ma poi mi trovo ad aprirti la superficie del corpo
prendendoti con le mie dita fatte chiavi,
tu ti sciogli
scorri via nel tombino
e ti perdi nel mare. Vorrei poter guardare
uno scontro che immerga
l’uno nell’altra nella stessa direzione,
ma ci vuole amore per litigare.

Questa notte non resta niente
così io mi auguro di saper essere buona
oltre ogni pulsione e intelligenza
non per debolezza o religiosità
ma perché una pianta deve imparare a dare frutti
e un uomo a battezzarsi con la pace.
Non c’è tempo per odiare
voglio sentire il mare il bene
colare dalle fessure del mio corpo
e che guardarti negli occhi
sia comprenderti in un abbraccio
e centrarsi in una comunione.

 

© Inedito di Emanuela Rizzuto

Bertolt Brecht


A chi esita

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

 

Poesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino

Nana Rodríguez Romero


Ars felina

El gato duerme y se cierra sobre sí mismo
el tiempo no existe para su sueño de veinte horas
mientras mi alma lo observa en la vigilia de las tardes.
Me detengo ante sus ojos que no parpadean
y pienso si el misterio está en esa quietud verde
en la perfecta simetría de su movimiento,
quizá deambulas por palacios del antiguo Egipto
o pisas como una bailarina las huellas del abismo…
¿Acaso sabes de la noche de los despojos
o las hogueras de la Inquisición
cuando los cuerpos eran brasas que se extinguían bajo el cielo?
¿Qué sabes de mí, cuando me rozas en silencio
y te arqueas como una sinfonía de piel bajo mis manos?

 

*

 

Ars felina

Il gatto dorme e si chiude su se stesso
il tempo non esiste per il suo sonno di venti ore
mentre la mia anima lo osserva nella veglia del pomeriggio.
Mi fermo davanti ai suoi occhi che non muovono ciglio
e penso se il mistero è nella tranquillità verde
nella perfetta simmetria del suo movimento,
forse passeggi per palazzi dell’antico Egitto
o tocchi come ballerina le impronte dell’abisso…
Forse conosci la notte delle privazioni
o il rogo dell’inquisizione
quando i corpi erano braci che si spegnevano sotto il cielo?
Cosa sai di me, quando mi sfiori in silenzio
e ti incurvi come una sinfonia di pelo sotto le mie mani?

 

© Inedito tradotto da Antonio Nazzaro

Franco Marcoaldi


Combattere è virile
dispiega la potenza
e fa sentire vivi.
Ritrarsi porta pace, e bene,
sgombrando il campo
da inutili tossine.
Combattere scatena mille
e mille desideri – ritrarsi,
invece, quei desideri
elude, smorza, cancella.
Combattere stimola, agita,
smuove e rimuove, sporca.
Ritrarsi ama l’immunitas,
perciò chiude finestre e porta.

Combattere o ritirarsi?
Combattere o scomparire?
Inutile cercare un’univoca risposta:
da bravi pendolari,
su treni traballanti,
andiamo avanti e indietro – senza sosta.

 

Tutto qui (Einaudi, 2017)

Antonio Nazzaro


Vorrei vederti come sempre
distesa alla finestra a spostare le nuvole gesto della mano
scorrere invisibile delle auto asfalto canterino del mattino
va al lavoro all’ombra di manghi e guacamayas
e non un fumogeno incendiato nel cielo di molotov
piova umanità o non ci sarà terra al seminare

 

Appunti dal Venezuela (Edizioni Arcoiris, 2017)

Marco Corsi

doveva riprendere prima o poi
l’usanza di mandarci cartoline
o forse codici, messaggi più sottili
quando il tempo affonda
e nessuno torna per nessuno.
un rigo appena per finalmente dire
che molto più ci sopravvive
il saluto giunto da lontano,
che va tutto bene, che la vita
piano piano diventa
un gesto inutile nell’aria.

 

Pronomi personali (Interlinea, 2017)